Per ragioni di pura propaganda la politica s’industria, sempre più spesso, a far sembrare razzisti gli italiani. Che non lo sono. Sia che si ascoltino sparate a protezione della presunta “italianità”, o dell’ambito vernacolare, sia che si mettano in scena scontate e melassose difese dello “straniero”, il risultato è sempre a somma zero: non si affronta alcun problema, ma se ne inventa uno pur di avere spazio sui mezzi di comunicazione.
A questo si aggiunga che si tralasciano quelli veri, che ci sono e li vedremo, per cui si parla sempre delle stesse cose, pestando l’acqua nel mortaio, senza che nulla cambi.
Gli immigrati sono una risorsa. I residenti in Italia sono all’incirca il 7% della popolazione e contribuiscono per quasi il 10% al prodotto interno. Non rubano il lavoro a nessuno, perché svolgono mansioni, e con retribuzioni, non appetibili per la gran parte degli italiani. Un Paese civile ha leggi che regolano l’afflusso degli immigrati. Un Paese saggio fa di più: incentiva l’arrivo di quanti sono maggiormente utili.
Un Paese che tollera l’immigrazione clandestina, quindi la violazione delle proprie leggi, invece, è non solo scassato, ma sta anche gettando legna sul fuoco del rifiuto e dell’intolleranza. Non è difficile capire il perché. La clandestinità, con l’inevitabile corollario dell’illegalità, si scarica sui quartieri meno ricchi, dove vivono gli italiani meno protetti, cui si prospettano altri due svantaggi: il senso di degradazione sociale e la convivenza con il disadattamento dei nuovi arrivati. A questo s’aggiunga, inutile tacerlo, che l’impossibile integrazione dei clandestini porta a fenomeni di prepotenza, quando non di criminalità, ancora una volta gettati sulle spalle dei deboli. Insomma, i travestiti battono per le vie notturne ed offrono i loro servizi ai passanti, ma poi vanno a vivere nei luoghi che la televisione ci ha abbondantemente mostrato. Come credete che stiano le famiglie italiane che ancora si trovano da quelle parti? Pensate siano partecipi del dramma familiare di chi è stato scoperto a pagare migliaia di euro per prestazioni mercenarie, o, piuttosto, siano intenti a fare i conti con i centesimi, sperando di potere portare i propri figli il più lontano possibile? L’ultima cosa che si può dire, a quelle persone, è che siano dei razzisti. Anche perché, qualche volta, sono loro ad essere etnicamente in minoranza.
Dire che i clandestini devono essere respinti non significa affatto sostenere che gli stranieri debbano essere messi alla porta, perché, all’opposto, è razzista pensare che i due gruppi di persone stiano sullo stesso piano, che la devianza debba essere tollerata, compreso il commercio di droga, sol perché praticata da un nero anziché da uno slavato. Noi abbiamo convenienza a che ci raggiunga chi intende lavorare, meglio ancora se qualificato (non ci trovo niente di male in una politica dell’immigrazione che sappia scegliere, come avviene in altri Paesi civili), ma per quelli che intendono delinquere no, ci bastano già i nostri, che non sono pochi.
La tragica condizione della nostra giustizia, la sua incapacità di destinare i colpevoli alla giusta pena, non fa che moltiplicare i disagi ed i drammi. Anche a carico degli immigrati, i quali, se onesti (e lo sono in gran maggioranza), soffrono la presenza di loro connazionali che sono qui per rubare, prostituirsi, spacciare, commerciare illegalmente e variamente industriarsi al servizio del crimine. Ne soffrono perché accomunati a costumi che non sentono affatto propri. Date loro il voto, e state certi che vi ritrovare con una valanga di consensi nel segno di “legge e ordine”.
Il diritto di voto è giusto darlo, ma assieme ai doveri della cittadinanza. Ci sono migliaia d’italiani che studiano e lavorano negli Stati Uniti, come in altre parti del mondo, senza che per questo qualcuno pensi di doverli far votare per scegliere i rappresentanti di un popolo che è tale non solo per nascita, ma per riconosciuti doveri e per avere onorato gli obblighi fiscali. Nessuno di questi italiani si sente discriminato, nessuno solleva problemi di razzismo. Ciascuno, però, se crede, può chiedere la cittadinanza, ottenendone, se ricorrono le condizioni (una delle quali è dimostrare di sapersi e potersi mantenere), anche il passaporto e la scheda elettorale.
In tutti i Paesi civili, Italia compresa, è riconosciuta la libertà di culto, ma in nessuno si piega la vita collettiva ai tempi della ritualità. Anni fa ebbi da ridire con una confessione religiosa (che rispettavo e rispetto) in cui si riconoscevano degli italiani, i quali pretendevano di sospendere il lavoro pubblico quando il loro credo prevedeva di non doversi far niente. No, non si può. Certo, so anch’io che la domenica è festiva (si fa per dire, perché siamo in tantissimi a lavorare anche quel giorno), che ci sono altre ricorrenze a sfondo religioso e che questo è legato al calendario della cristianità, ma è anche legato alla nostra storia, come negli Stati Uniti si festeggia il giorno del ringraziamento o quello di Colombo. Ciascuno ha le proprie, e non possiamo scambiarci le storie. Se sono ospite, insomma, rispetto quelle degli altri, senza per questo sentirmi minimamente coinvolto nella loro presunta sacralità.
Questo è un modo razionale di affrontare la questione, solo che non fa scena, non attira pubblico, richiede più freddezza e ragionamento che accalorati schiamazzi. Non sollecita le tifoserie, ma impone di fare i conti con la realtà. Troppo, me ne rendo conto, per certa politica.
venerdì 27 novembre 2009
giovedì 26 novembre 2009
Io, accusato di essere mafioso, vi dico che Silvio è in pericolo. Vittorio Sgarbi
La mafia c’è. E ci sono soprattutto i mafiosi. Ma non c’è niente di peggio che cercare la mafia dove non c’è. E chiamare mafiosi quelli che non lo sono. Talvolta soltanto chiamarli, per sfregio, per rabbia, per inadeguatezza, come è capitato a me. Lo hanno dimenticato tutti e forse è persino inopportuno che io lo ricordi qui. Ma è una parabola esemplare. Con essa si può anche capire cosa abbia ispirato, in tante occasioni, il mio furore nei confronti dei magistrati che sbagliano. Così non ho mancato di ricordare, ogni volta che vengo provocato dagli integralisti che vengono ai miei incontri ispirati da una fede cieca in Grillo, Travaglio e il più modesto Pietro Ricca, le sfrontate imprese del loro idolo Caselli.
Che a parte la vicenda Andreotti, da me definita «processo politico» (con relativa condanna, per me, definitiva perché nessuno, neppure un parlamentare può osare dirlo e perfino pensarlo, dell’azione di un magistrato) concluso con la più pilatesca che salomonica sentenza di assoluzione con prescrizione per i reati commessi fino al 1980, sui quali peraltro - e Travaglio non lo dice - insiste soltanto la tesi dell’accusa senza un dibattimento fra le parti, vi sono altri episodi che segnalano la pericolosità del magistrato. Se nel caso di Andreotti ha ottenuto la soddisfazione, anche per non dichiarare vana un’inchiesta durata più di dieci anni e costata allo Stato qualche decina di miliardi di lire, di lasciare l’odiato nemico infangato (mafioso fino al 1° luglio 1980, non lo era più il 2) non ha peraltro dato segni di pentimento rispetto agli arresti di innumerevoli innocenti fra i quali il presidente della Provincia di Palermo Musotto, il padre francescano Mario Frititta, mostrato in manette fra due carabinieri perché aveva osato confessare un mafioso peccatore ma non pentito, il potente ministro democristiano Calogero Mannino tenuto in galera quasi tre anni, per essere poi assolto e senza che l’indagine sfiorasse il suo capo corrente De Mita, il grande magistrato Luigi Lombardini di cui tutti ricordano la probità ma che fu incriminato da Caselli e interrogato da un pool di magistrati arrivati con aerei di Stato e scorta a Cagliari umiliando il collega che, prima della loro partenza, cioè subito dopo l’interrogatorio, si suicidò. Non abbiamo per nessuno di questi casi segnali di ravvedimento da parte di Caselli, in compenso abbiamo tutte le querele che lui mi ha fatto per averlo criticato. Per il suicidio di Lombardini e per la carcerazione ingiusta di Calogero Mannino nessuno, tanto meno lui, ha pagato. Se dovesse essere riconosciuto il danno, a pagare sarebbe lo Stato. Fatta questa lunga premessa devo dire perché io non ho mai ritenuto che le ragioni dell’accusa, non sufficientemente fondate o basate sulle parole dei pentiti dovessero essere rispettate a priori. Sono «sparate» che fanno colpo, e oggi ne abbiamo la prova nella diffusa presunzione di colpevolezza del sottosegretario Cosentino, non in base ai fatti, ma in base al rango dei camorristi che parlano di lui. Considerati autorevoli, avvalorano le accuse. Ma le prove? E il rischio diffamazione? Quando è così forte l’accusa si pensa che sia fondata e viene sopraffatta la presunzione di non colpevolezza. Toccò anche a me, ma la forza della mia reazione non ha lasciato traccia dell’inevitabile diffamazione. Il 2 novembre 1995 ero a Spalato, partito il giorno prima con l’inseguimento dolce, di cui non avevo valutato il rilievo, di un colonnello dei carabinieri (un colonnello, non un maresciallo) che mi doveva consegnare un documento riservato. Poteva anche essere come in altre occasioni per le innumerevoli querele un avviso di garanzia, ma non gli avevo dato particolare peso. Senza dunque che io ne fossi a conoscenza la mattina del 2, verso le 11, mentre ero in riunione con il sindaco di Spalato, vengo informato che, sulle prime pagine di tutti i giornali, a otto colonne, era apparsa la notizia che insieme all’amica e collega Tiziana Maiolo, eletta come me al Parlamento in Calabria, ero indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo stesso reato che nei prossimi giorni i pm di Palermo potrebbero contestare a Berlusconi.
Nel giorno dei morti ero diventato mafioso. La mia reazione fu furibonda e il Parlamento presieduto da Giorgio Napolitano manifestò una pressoché unanime solidarietà, sfiduciando i magistrati. L’indagine continuò con le dichiarazioni di un pentito, tale Pino, che diceva cose insensate sui voti di evidente consenso che io avevo ottenuto con la mia popolarità, magari manifestando anche posizioni non diverse da quelle di Pannella sul regime del 41 bis. Per le quali i nomi di 52 deputati furono pubblicati in prima pagina di Repubblica come «infami» per avere pubblicamente espresso una posizione non politicamente corretta. Le accuse erano insensate e prive di qualunque riscontro che non fossero le mie parole nei comizi perfettamente corrispondenti a quelle in ogni altra sede e ancora oggi espresse. Ricordo i nomi di due dei quattro pubblici ministeri che si erano applicati a rendere credibili le parole del pentito: Tocci e Chiaravalloti. Come in altre occasioni, in Calabria, i magistrati si erano mossi con molta fantasia e suggestioni del genere: chiunque faccia politica in Calabria, dai vecchi notabili, a due new entry come Sgarbi e la Maiolo, è mafioso o colluso. Così si era avvalorato il reato, inesistente ai codici, di concorso esterno. Una insensatezza giuridica e uno strumento per colpire nemici ideologici. Per dare loro una lezione. Come era nel nostro caso. L’accusa resse per otto mesi, quando il procuratore capo Anfimafia Pierluigi Vigna, diede, con sensibilità e intelligenza, una strigliata ai quattro pm e al loro parzialmente dissociato capo Lombardi, e li indusse alla archiviazione. Ma l’obiettivo era stato raggiunto. Era quello di avere diffamato, in nome del popolo italiano, due politici del tutto estranei alle accuse, ma pericolosi per le loro posizioni di principio. Da quel momento io so che ogni accusa può essere infondata e che è diritto dell’accusato ribellarsi se conosce, diversamente dai magistrati, la verità. (il Giornale)
Che a parte la vicenda Andreotti, da me definita «processo politico» (con relativa condanna, per me, definitiva perché nessuno, neppure un parlamentare può osare dirlo e perfino pensarlo, dell’azione di un magistrato) concluso con la più pilatesca che salomonica sentenza di assoluzione con prescrizione per i reati commessi fino al 1980, sui quali peraltro - e Travaglio non lo dice - insiste soltanto la tesi dell’accusa senza un dibattimento fra le parti, vi sono altri episodi che segnalano la pericolosità del magistrato. Se nel caso di Andreotti ha ottenuto la soddisfazione, anche per non dichiarare vana un’inchiesta durata più di dieci anni e costata allo Stato qualche decina di miliardi di lire, di lasciare l’odiato nemico infangato (mafioso fino al 1° luglio 1980, non lo era più il 2) non ha peraltro dato segni di pentimento rispetto agli arresti di innumerevoli innocenti fra i quali il presidente della Provincia di Palermo Musotto, il padre francescano Mario Frititta, mostrato in manette fra due carabinieri perché aveva osato confessare un mafioso peccatore ma non pentito, il potente ministro democristiano Calogero Mannino tenuto in galera quasi tre anni, per essere poi assolto e senza che l’indagine sfiorasse il suo capo corrente De Mita, il grande magistrato Luigi Lombardini di cui tutti ricordano la probità ma che fu incriminato da Caselli e interrogato da un pool di magistrati arrivati con aerei di Stato e scorta a Cagliari umiliando il collega che, prima della loro partenza, cioè subito dopo l’interrogatorio, si suicidò. Non abbiamo per nessuno di questi casi segnali di ravvedimento da parte di Caselli, in compenso abbiamo tutte le querele che lui mi ha fatto per averlo criticato. Per il suicidio di Lombardini e per la carcerazione ingiusta di Calogero Mannino nessuno, tanto meno lui, ha pagato. Se dovesse essere riconosciuto il danno, a pagare sarebbe lo Stato. Fatta questa lunga premessa devo dire perché io non ho mai ritenuto che le ragioni dell’accusa, non sufficientemente fondate o basate sulle parole dei pentiti dovessero essere rispettate a priori. Sono «sparate» che fanno colpo, e oggi ne abbiamo la prova nella diffusa presunzione di colpevolezza del sottosegretario Cosentino, non in base ai fatti, ma in base al rango dei camorristi che parlano di lui. Considerati autorevoli, avvalorano le accuse. Ma le prove? E il rischio diffamazione? Quando è così forte l’accusa si pensa che sia fondata e viene sopraffatta la presunzione di non colpevolezza. Toccò anche a me, ma la forza della mia reazione non ha lasciato traccia dell’inevitabile diffamazione. Il 2 novembre 1995 ero a Spalato, partito il giorno prima con l’inseguimento dolce, di cui non avevo valutato il rilievo, di un colonnello dei carabinieri (un colonnello, non un maresciallo) che mi doveva consegnare un documento riservato. Poteva anche essere come in altre occasioni per le innumerevoli querele un avviso di garanzia, ma non gli avevo dato particolare peso. Senza dunque che io ne fossi a conoscenza la mattina del 2, verso le 11, mentre ero in riunione con il sindaco di Spalato, vengo informato che, sulle prime pagine di tutti i giornali, a otto colonne, era apparsa la notizia che insieme all’amica e collega Tiziana Maiolo, eletta come me al Parlamento in Calabria, ero indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo stesso reato che nei prossimi giorni i pm di Palermo potrebbero contestare a Berlusconi.
Nel giorno dei morti ero diventato mafioso. La mia reazione fu furibonda e il Parlamento presieduto da Giorgio Napolitano manifestò una pressoché unanime solidarietà, sfiduciando i magistrati. L’indagine continuò con le dichiarazioni di un pentito, tale Pino, che diceva cose insensate sui voti di evidente consenso che io avevo ottenuto con la mia popolarità, magari manifestando anche posizioni non diverse da quelle di Pannella sul regime del 41 bis. Per le quali i nomi di 52 deputati furono pubblicati in prima pagina di Repubblica come «infami» per avere pubblicamente espresso una posizione non politicamente corretta. Le accuse erano insensate e prive di qualunque riscontro che non fossero le mie parole nei comizi perfettamente corrispondenti a quelle in ogni altra sede e ancora oggi espresse. Ricordo i nomi di due dei quattro pubblici ministeri che si erano applicati a rendere credibili le parole del pentito: Tocci e Chiaravalloti. Come in altre occasioni, in Calabria, i magistrati si erano mossi con molta fantasia e suggestioni del genere: chiunque faccia politica in Calabria, dai vecchi notabili, a due new entry come Sgarbi e la Maiolo, è mafioso o colluso. Così si era avvalorato il reato, inesistente ai codici, di concorso esterno. Una insensatezza giuridica e uno strumento per colpire nemici ideologici. Per dare loro una lezione. Come era nel nostro caso. L’accusa resse per otto mesi, quando il procuratore capo Anfimafia Pierluigi Vigna, diede, con sensibilità e intelligenza, una strigliata ai quattro pm e al loro parzialmente dissociato capo Lombardi, e li indusse alla archiviazione. Ma l’obiettivo era stato raggiunto. Era quello di avere diffamato, in nome del popolo italiano, due politici del tutto estranei alle accuse, ma pericolosi per le loro posizioni di principio. Da quel momento io so che ogni accusa può essere infondata e che è diritto dell’accusato ribellarsi se conosce, diversamente dai magistrati, la verità. (il Giornale)
mercoledì 25 novembre 2009
Faccia parlare i dati ufficiali. Paolo Pillitteri
E meno male che si è corretto, il Cav. Avrebbe voluto, fortemente voluto, parlare agli italiani di Giustizia col classico meneghino “Adès ghe pensi mi!”, ma poi ha cambiato target, l’ha allargato: parlerà agli italiani, non appena rientrerà dal tour arabo. Meglio così. E, visto che siamo in argomento, ecco un’idea, un’ideuzza: invece che il Premier, parlino, di (mala)giustizia, i dati, le cifre ufficiali, i servizi dei suoi (cioè del Cav) potenti canali televisivi che spesso imperversano sui processi in fieri, da Cogne a Garlasco a Gradoli e altrettanto spesso si affidano al doppiaggio interpretativo - copiando male Santoro&Ballarò&Vespa - delle intercettazioni. Già, che fine ha fatto la legge? Le cose sono ancora come prima, come ai tempi di De Magistris/Woodcock, o no? Ebbene, basterebbero delle puntate Tv, svelte e realistiche, informate senza sbavature iniziando non dall’inizio (un quindicennio di persecuzioni, vere, dei Pm, i pentiti contro il Cav ecc.) ma dalla fine: dalle carceri, dall’inferno carcerario di cui i Radicali, e Radio Radicale, sembrano rimasti gli unici, valorosi, solitari testimoni a denunciarne l’apocalisse quotidiana come risultato dello sfascio generale della giustizia. Abbondano i casi, purtroppo. E intanto, sulle immagini del povero Cucchi, morto “misteriosamente” in quelle carceri dove i tossici sono quasi la metà della popolazione, e invece dovrebbero starsene fuori, in una comunità di recupero, si fanno scorrere i dati, le cifre nude e crude: nove milioni di processi da smaltire, l’Italia peggio dell’Angola, Gabon e Guinea. Per recuperare un credito in un processo civile occorrono 1210 giorni rispetto ai 331 di Francia. Le prescrizioni fatte dai Pm sono 170 mila all’anno, un’amnistia di massa ma solo per chi può pagarsi l’avvocato (il processo breve va bene se lo decidono lor signori Pm). Il costo processuale da noi è il più caro d’Europa. I giudici lavorano in media quattro ore al giorno, la produttività cala di anno in anno, i loro stipendi sono più o meno gli stessi dell’Europa e il loro numero è nella normalità, di poco superiore alla media. Fine prima puntata, che annuncia gli interventi dei Pm Ingroia, Spataro e Palamara, contro il processo breve e contro il Cav, e altre cifre da capogiro. Nella seconda puntata, premesso che per i giudici tutti la colpa della crisi e dei ritardi della giustizia è sempre del governo e mai loro, un bravo doppiatore rilegge, comme il faut, le dichiarazioni di Ingroia: “Le istituzioni sono state occupate dagli interessi privati. Tra la prima e la seconda Repubblica, quindi, è saltato qualsiasi ruolo di mediazione.
Mi allarma e mi preoccupa. Ci troviamo di fronte ad una sistematica demolizione dello Stato...In Italia c’è un’emergenza democratica...”. Mentre sfuma la voce, emergono altri dati e cifre: cause penali giacenti in primo grado per omicidi, rapimenti, criminalità organizzata, traffico di stupefacenti: 1.204.151, in Spagna 205.898, in Germania 287.223 ecc. Si spende per il nostro sistema giudiziario oltre 4,08 miliardi di euro contro i 3,35 della Francia e i 2,98 della Spagna, in Italia il 70 per cento della spesa per la giustizia va in stipendi....Risale la “voce”, sempre più drammatica di Ingroia (in un intervento all’Idv): “In Italia c’è un’emergenza democratica, si va verso una soluzione finale contro gli unici presidi di controllo rimasti, la magistratura e la libera informazione...”. Appare la copertina di Micromega e la voce s’impenna: “E’ possibile dunque sospendere autoritativamente la democrazia aritmetica al fine di salvare la democrazia sostanziale, cioè il bene della generalità contro la stessa volontà della maggioranza”. Il conduttore prosegue ironicamente: non eravamo a Teheran ma a Palermo. Spostiamoci ora dalla nostra Annunziata di domenica scorsa....Si vede e si sente l’intervento di Spataro, sintetizzato e, se del caso, ben doppiato con di fronte la giornalista in estasi e prona. Era Spataro che conduceva, non lei: “non credo alla repubblica dei ricatti e guardiamoci dai facili complottismi, attenzione a generare allarmi (Maroni dice l’opposto), il terrorismo si può combattere con i codici applicando a tutti, compresi i terroristi, i diritti (magari inviando un avviso di garanzia, un invito a presentarsi). Quanto all’Alfano del processo breve, ”il suo principio non è compatibile con il principio di uguaglianza...E’ una giustizia di tipo aziendale (magari!). Ha ragione Napolitano: basta con le riforme dettate dalle esigenze di poche persone...“. Appaiono di nuovo le cifre: l’Italia dispone di 1292 tribunali, la Spagna di 703, la Francia di 773, per una sentenza di primo grado occorrono 960 giorni e altri 1509 per l’appello. I rinvii processuali colpiscono 7 procedimenti su 10. In Francia un processo penale si chiude i 120 giorni...Esistono in Italia undici giudici per 100 mila abitanti,come negli altri paesi,il Csm autorizza 2000 incarichi extragiudiziali a 1044 magistrati, il numero degli avvocati di Roma è lo stesso di tutta la Francia ma le spese per il patrocinio gratuito sono le più basse del mondo ecc. ecc. Infine appare Palamara, capo dell’Anm, la casta: non ci faremo intimidire, emergenza democratica, attacco all’autonomia, abbasso il processo breve, il governo ci sentirà, anche con uno sciopero.....Riappare il volto del povero Cucchi. Con la scritta: alla prossima(vittima). Della malagiustizia. (l'Opinione)
Mi allarma e mi preoccupa. Ci troviamo di fronte ad una sistematica demolizione dello Stato...In Italia c’è un’emergenza democratica...”. Mentre sfuma la voce, emergono altri dati e cifre: cause penali giacenti in primo grado per omicidi, rapimenti, criminalità organizzata, traffico di stupefacenti: 1.204.151, in Spagna 205.898, in Germania 287.223 ecc. Si spende per il nostro sistema giudiziario oltre 4,08 miliardi di euro contro i 3,35 della Francia e i 2,98 della Spagna, in Italia il 70 per cento della spesa per la giustizia va in stipendi....Risale la “voce”, sempre più drammatica di Ingroia (in un intervento all’Idv): “In Italia c’è un’emergenza democratica, si va verso una soluzione finale contro gli unici presidi di controllo rimasti, la magistratura e la libera informazione...”. Appare la copertina di Micromega e la voce s’impenna: “E’ possibile dunque sospendere autoritativamente la democrazia aritmetica al fine di salvare la democrazia sostanziale, cioè il bene della generalità contro la stessa volontà della maggioranza”. Il conduttore prosegue ironicamente: non eravamo a Teheran ma a Palermo. Spostiamoci ora dalla nostra Annunziata di domenica scorsa....Si vede e si sente l’intervento di Spataro, sintetizzato e, se del caso, ben doppiato con di fronte la giornalista in estasi e prona. Era Spataro che conduceva, non lei: “non credo alla repubblica dei ricatti e guardiamoci dai facili complottismi, attenzione a generare allarmi (Maroni dice l’opposto), il terrorismo si può combattere con i codici applicando a tutti, compresi i terroristi, i diritti (magari inviando un avviso di garanzia, un invito a presentarsi). Quanto all’Alfano del processo breve, ”il suo principio non è compatibile con il principio di uguaglianza...E’ una giustizia di tipo aziendale (magari!). Ha ragione Napolitano: basta con le riforme dettate dalle esigenze di poche persone...“. Appaiono di nuovo le cifre: l’Italia dispone di 1292 tribunali, la Spagna di 703, la Francia di 773, per una sentenza di primo grado occorrono 960 giorni e altri 1509 per l’appello. I rinvii processuali colpiscono 7 procedimenti su 10. In Francia un processo penale si chiude i 120 giorni...Esistono in Italia undici giudici per 100 mila abitanti,come negli altri paesi,il Csm autorizza 2000 incarichi extragiudiziali a 1044 magistrati, il numero degli avvocati di Roma è lo stesso di tutta la Francia ma le spese per il patrocinio gratuito sono le più basse del mondo ecc. ecc. Infine appare Palamara, capo dell’Anm, la casta: non ci faremo intimidire, emergenza democratica, attacco all’autonomia, abbasso il processo breve, il governo ci sentirà, anche con uno sciopero.....Riappare il volto del povero Cucchi. Con la scritta: alla prossima(vittima). Della malagiustizia. (l'Opinione)
martedì 24 novembre 2009
Alfano bacchetta i pm in tv, ma propone tre tavoli di confronto. Federico Punzi
È un duro atto d'accusa quello del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, nei confronti dei pm ospiti troppo fissi nei talk show televisivi e dei loro capi ufficio che non "contengono" il loro presenzialismo: "I procuratori capo dovrebbero contenere le attitudini cinematografiche di alcuni sostituti e se non lo fanno vuol dire che non hanno l'attitudine a dirigere il loro ufficio", ha detto il ministro intervendo al seminario del Csm sull'organizzazione delle procure. "I vari presidenti della Repubblica, da Pertini in poi, hanno sempre richiamato l'obbligo della magistratura non solo a essere imparziale, ma anche a non apparire parziale". Alfano ha tuttavia sottolineato di non conoscere dal piccolo schermo "la maggior parte dei presenti", a "riprova che la maggior parte dei capi degli uffici requirenti svolge la sua attività nella riservatezza". Ma il ministro ha anche teso la mano ai magistrati, avanzando tre proposte: un tavolo di confronto sulle sedi "disagiate", un altro per valutare i bisogni di risorse e mezzi delle procure nell'ambito dei fondi aggiuntivi per la giustizia che potrebbero arrivare dai beni sequestrati alla mafia, e un terzo tavolo per dar modo a "chi lotta in trincea" di contribuire al "piano straordinario che il governo intende lanciare contro la mafia". Riguardo le riforme allo studio in materia di giustizia, Alfano ha assicurato che per il governo indipendenza e autonomia della magistratura sono "sacre" e che "nessuno vuole sottomettere il pm all'Esecutivo: "Lo riterremmo sbagliato". Si tratta di un'ipotesi che non c'è nel programma di governo e "non intendiamo procedere, neanche surrettiziamente, in questa direzione". Tuttavia, ha poi precisato, "è sacra anche la rivendicazione di autonomia del Parlamento".
Rivendicando di non aver mai avviato scontri istituzionali tra ministero e Csm, e facendo notare le "tracce di norme emendate proprio sulla base dei pareri" forniti da Palazzo dei Marescialli, il ministro ha però difeso il ruolo del legislatore: se "si legge che il Csm ha bocciato un provvedimento che sta ancora seguendo il suo iter alle Camere, il legislatore ha una qualche forma di reazione, perché tiene al fatto che fare la legge spetta a lui". Promettendo di "battersi per avere più risorse per il settore giustizia" e impegandosi a "studiare con il Csm il problema delle piante organiche", e a fornire "risposte concrete e rapide", il ministro ha parlato delle risorse aggiuntive che dovrebbero arrivare dai beni sequestrati alla criminalità organizzata. Grazie alle ultime norme antimafia sono stati sequestrati circa 1 miliardo di euro e beni immobili per circa 4-5 miliardi, mentre bisogna ringraziare anche i pm, ha riconosciuto Alfano, se negli ultimi 15 mesi, a legislazione invariata, sono stati risparmiati 70-80 milioni di euro rinegoziando i costi dei servizi di intercettazione.
A margine dell'incontro con i capi delle procure, il ministro è poi tornato sulla guerra di cifre che si è scatenata tra Ministero e Anm sul numero dei processi che cadrebbero in prescrizione per effetto della legge sul "processo breve": la "difformità di analisi" dei numeri è "plateale". Per questo, il ministro non crede che l'Anm "abbia potuto davvero dire queste cose in questi termini, cioè che si prescrivono su 3 milioni 300 mila procedimenti pendenti, circa la metà, ossia 1 milione 700 mila". Una stima che il ministro giudica "talmente iperbolica e infondata" che è sicuramente dovuta a un "cortocircuito di comunicazione". "I numeri né si inventano, né si esasperano, né si sottovalutano", ha commentato invece il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, ammettendo che le cifre sono in effetti "discordanti", ma ricordando che oggi la sesta commissione ascolterà presidenti e procuratori capo dei nove più importanti uffici giudiziari del Paese per avere un quadro più preciso, "anche se - ha avvertito - la statistica che verrà fuori sarà parziale". Appuntamento, dunque, alla conferenza stampa fissata per questo pomeriggio. (il Velino)
Rivendicando di non aver mai avviato scontri istituzionali tra ministero e Csm, e facendo notare le "tracce di norme emendate proprio sulla base dei pareri" forniti da Palazzo dei Marescialli, il ministro ha però difeso il ruolo del legislatore: se "si legge che il Csm ha bocciato un provvedimento che sta ancora seguendo il suo iter alle Camere, il legislatore ha una qualche forma di reazione, perché tiene al fatto che fare la legge spetta a lui". Promettendo di "battersi per avere più risorse per il settore giustizia" e impegandosi a "studiare con il Csm il problema delle piante organiche", e a fornire "risposte concrete e rapide", il ministro ha parlato delle risorse aggiuntive che dovrebbero arrivare dai beni sequestrati alla criminalità organizzata. Grazie alle ultime norme antimafia sono stati sequestrati circa 1 miliardo di euro e beni immobili per circa 4-5 miliardi, mentre bisogna ringraziare anche i pm, ha riconosciuto Alfano, se negli ultimi 15 mesi, a legislazione invariata, sono stati risparmiati 70-80 milioni di euro rinegoziando i costi dei servizi di intercettazione.
A margine dell'incontro con i capi delle procure, il ministro è poi tornato sulla guerra di cifre che si è scatenata tra Ministero e Anm sul numero dei processi che cadrebbero in prescrizione per effetto della legge sul "processo breve": la "difformità di analisi" dei numeri è "plateale". Per questo, il ministro non crede che l'Anm "abbia potuto davvero dire queste cose in questi termini, cioè che si prescrivono su 3 milioni 300 mila procedimenti pendenti, circa la metà, ossia 1 milione 700 mila". Una stima che il ministro giudica "talmente iperbolica e infondata" che è sicuramente dovuta a un "cortocircuito di comunicazione". "I numeri né si inventano, né si esasperano, né si sottovalutano", ha commentato invece il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, ammettendo che le cifre sono in effetti "discordanti", ma ricordando che oggi la sesta commissione ascolterà presidenti e procuratori capo dei nove più importanti uffici giudiziari del Paese per avere un quadro più preciso, "anche se - ha avvertito - la statistica che verrà fuori sarà parziale". Appuntamento, dunque, alla conferenza stampa fissata per questo pomeriggio. (il Velino)
lunedì 23 novembre 2009
Tribune Rai per pm e ex pm all'attacco di premier e maggioranza. Maurizio Marchesi
Giovedì Antonio Ingroia prima a Rainews24 ospite di Corradino Mineo la mattina e poi in prima serata da Michele Santoro. Luigi De Magistris il giorno dopo in seconda serata da Daria Bignardi. Antonio Spataro nel primo pomeriggio di domenica da Lucia Annunziata. Giancarlo Caselli un po’ di qua e un po’ di là, sulle reti pubbliche e su quelle private, il pomeriggio e anche la sera. Procuratori ed ex procuratori diventati parlamentari mobilitati per una campagna di interdizione contro le misure annunciate dalla maggioranza di governo per sveltire i processi e per trovare una via d’uscita all’assedio giudiziario nei confronti del premier (anche con un nuovo lodo come vorrebbe Pierferdinando Casini o imboccando altre vie, compresa quella costituzionale che potrebbe ripristinare l’immunità parlamentare - non l’impunità). Ne scaturisce un’immagine devastante della magistratura e la conferma della validità dell’allarme di chi denuncia l’alterazione ormai patologica degli equilibri che dovrebbero regolare i rapporti tra politica e magistratura. Non solo. Considerate certe risposte e certi accostamenti e certe richieste, compresa quella delle dimissioni del premier, si pone anche il problema di capire perché non venga garantito un adeguato contraddittorio. Magari interno alla corporazione. Possibile che tra gli ottomila e passa magistrati non ce ne sia uno disposto a contraddire le tesi e le accuse e le intemerate dei soliti noti? Perché non farli confrontare tra di loro? Ma forse sono proprio i magistrati gelosi dell’immagine super partes che tutti dovrebbero avere a non prestarsi, chissà. Bisognerebbe chiedere ai conduttori dei talk se li hanno mai invitati.
A questo punto comunque una domanda, a nostro avviso legittima, si impone: perché il servizio pubblico radiotelevisivo offre spazio a magistrati con l’evidente finalità di contestare maggioranza e premier non essendo peraltro neppure chiaro a quale titolo esprimano questi giudizi? Per esprimere valutazioni, che dovrebbero comunque essere sempre espressa con sobrietà, dovrebbero bastare e avanzare gli organi legittimati a farlo dell’Anm. Il Csm non ha niente da dire? (il Velino)
A questo punto comunque una domanda, a nostro avviso legittima, si impone: perché il servizio pubblico radiotelevisivo offre spazio a magistrati con l’evidente finalità di contestare maggioranza e premier non essendo peraltro neppure chiaro a quale titolo esprimano questi giudizi? Per esprimere valutazioni, che dovrebbero comunque essere sempre espressa con sobrietà, dovrebbero bastare e avanzare gli organi legittimati a farlo dell’Anm. Il Csm non ha niente da dire? (il Velino)
Far carriera, why not. Davide Giacalone
Quando, nell’estate del 2007, Romano Prodi finì indagato nell’inchiesta denominata “Why not”, la cosa fu strillata a lungo, sulle prime pagine dei giornali. Ora che è stato prosciolto, si deve cercare la notizia fra le cronache. Ed è fortunato, che almeno ci arriva. Dal 2007 ad oggi non si è tenuto alcun processo, sono le indagini che si sono trascinate ben oltre la ragionevolezza. Più di due anni dopo, insomma, sappiamo quel che ne pensa il primo giudice incaricato d’esaminare le carte: non c’è lo straccio di una prova. Gli stessi indizi, sostiene, non erano utilizzabili, perché tutti “de relato”. Chiacchiere, dicerie, insomma.
Chi è che le aveva utilizzate per indagare il presidente del consiglio? Ci arrivo.
Il governo Prodi cadde per intrinseca debolezza, ma sarà bene non dimenticare quale fu la causa scatenante: le indagini che coinvolgevano la famiglia dell’allora ministro della giustizia, Clemente Mastella. Cadde per mano delle procure. Lo stesso Mastella fu coinvolto nell’inchiesta “Why not”, anche lui prosciolto, già un anno fa. Anche in questo caso con la notizia passata in sordina. Prodi, in sintesi, era accusato d’essere a capo di una loggia massonica, ovviamente segreta e deviata, con sede a San Marino, che utilizzava come comitato d’affari. Tutta roba campata per aria. Di vero c’erano alcune schede telefoniche, intestate ad un imprenditore, ma utilizzate da uomini vicini a Prodi. Poteva essere una pista, ma non ha portato da nessuna parte.
O, meglio, non del tutto, perché qualcuno, invece, ha fatto strada. Segnatamente il pubblico ministero che aprì quell’indagine e la portò all’attenzione generale, un pubblico funzionario (perché tali sono, i magistrati) che una volta trasferito urlò che si era messa a tacere la sua fondamentale inchiesta. Quel signore oggi lo si può chiamare “onorevole”, perché Luigi De Magistris s’è candidato alle elezioni europee (senza lasciare la magistratura) ed è stato eletto, nelle liste dell’Italia dei Valori. Questi ed altri clamori giudiziari, quindi, qualche cosa di buono lo hanno portato, ma solo a lui, che ha conquistato la notorietà sufficiente a fare il salto verso il seggio, e da qui a svolgere attività politica.
Ritengo che sia un costume patologico, del tutto inconciliabile con la dignità e la preziosità dell’essere magistrati. Penso, però, che certe cose non sarebbero possibili, certe storture non durerebbero a lungo, se non disponessero di forti complicità. Anche culturali. Mi riferisco a giornali e giornalisti, che oggi accettano, con cinica indifferenza, di mettere la storia in cronaca. Prodi non era un privato cittadino, e anche se lo fosse stato avrebbe diritto a veder proclamata la propria innocenza con lo stesso spazio e lo stesso clamore della presunta colpevolezza. Prodi era presidente del Consiglio, e quei fatti influirono sulla vita del governo. Chi paga, adesso? Nessuno, anzi, c’è chi incassa.
Ove mai si mettesse mano ad una riforma seria della giustizia, anche questo sarebbe un capitolo da affrontare: chi sbaglia deve pagare, altrimenti a pagare sono sempre e soltanto i cittadini e la collettività.
Chi è che le aveva utilizzate per indagare il presidente del consiglio? Ci arrivo.
Il governo Prodi cadde per intrinseca debolezza, ma sarà bene non dimenticare quale fu la causa scatenante: le indagini che coinvolgevano la famiglia dell’allora ministro della giustizia, Clemente Mastella. Cadde per mano delle procure. Lo stesso Mastella fu coinvolto nell’inchiesta “Why not”, anche lui prosciolto, già un anno fa. Anche in questo caso con la notizia passata in sordina. Prodi, in sintesi, era accusato d’essere a capo di una loggia massonica, ovviamente segreta e deviata, con sede a San Marino, che utilizzava come comitato d’affari. Tutta roba campata per aria. Di vero c’erano alcune schede telefoniche, intestate ad un imprenditore, ma utilizzate da uomini vicini a Prodi. Poteva essere una pista, ma non ha portato da nessuna parte.
O, meglio, non del tutto, perché qualcuno, invece, ha fatto strada. Segnatamente il pubblico ministero che aprì quell’indagine e la portò all’attenzione generale, un pubblico funzionario (perché tali sono, i magistrati) che una volta trasferito urlò che si era messa a tacere la sua fondamentale inchiesta. Quel signore oggi lo si può chiamare “onorevole”, perché Luigi De Magistris s’è candidato alle elezioni europee (senza lasciare la magistratura) ed è stato eletto, nelle liste dell’Italia dei Valori. Questi ed altri clamori giudiziari, quindi, qualche cosa di buono lo hanno portato, ma solo a lui, che ha conquistato la notorietà sufficiente a fare il salto verso il seggio, e da qui a svolgere attività politica.
Ritengo che sia un costume patologico, del tutto inconciliabile con la dignità e la preziosità dell’essere magistrati. Penso, però, che certe cose non sarebbero possibili, certe storture non durerebbero a lungo, se non disponessero di forti complicità. Anche culturali. Mi riferisco a giornali e giornalisti, che oggi accettano, con cinica indifferenza, di mettere la storia in cronaca. Prodi non era un privato cittadino, e anche se lo fosse stato avrebbe diritto a veder proclamata la propria innocenza con lo stesso spazio e lo stesso clamore della presunta colpevolezza. Prodi era presidente del Consiglio, e quei fatti influirono sulla vita del governo. Chi paga, adesso? Nessuno, anzi, c’è chi incassa.
Ove mai si mettesse mano ad una riforma seria della giustizia, anche questo sarebbe un capitolo da affrontare: chi sbaglia deve pagare, altrimenti a pagare sono sempre e soltanto i cittadini e la collettività.
domenica 22 novembre 2009
Clima. E se i buoni fossero i cattivi? Carlo Stagnaro
Nel dibattito sul clima una cosa è certo: i buoni sono loro, i cattivi noi. I buoni sono scienziati disinteressati pronti al sacrificio umano e personale per salvare il mondo, i cattivi sono le industrie e i loro tirapiedi o utili idioti, che negano l’evidenza. I buoni sono onesti ricercatori, i cattivi parte di un complotto. Le informazi0ni trapelate con la diffusione di una banca dati immensa, zeppa di scambi privati di email tra superstar del clima politicamente corretto, cambia tutto. Qui la ricostruzione di Andy Revkin. Qui Julie Walsh per la Cooler Heads Coalition. Qui Claudio Gravina e Guido Guidi, e qui Guidi, su Climate Monitor. Qui Piero Vietti sul Foglio.
Intendiamoci: la diffusione di scambi privati di email è un fattaccio di cui non possiamo essere contenti. Di questo bisogna tener conto. Così come bisogna tener conto del fatto che il linguaggio colloquiale è diverso da quello formale, ha le sue regole, per cui espressioni che in altri contesti suonerebbero come una “pistola fumante”, qui sono più o meno innocenti. Quindi, non cerchiamo e non troviamo smoking guns. Resta però il fatto che diversi scienziati, alcuni tra i più reputati autori dei rapporti Ipcc, discutono tranquillamente di quali “trucchi” utilizzare e di come “nascondere i dati”.
Io non mi scandalizzo. Il mondo è fatto così. Certo, però, tutti quelli che hanno fino a oggi tagliato la realtà in due col coltello, dovrebbero fare un esame di coscienza. Scienziati, giornalisti, politici e semplici cittadini che hanno sempre pensato che la buonafede stesse di là e la malafede fosse di qui, oggi hanno la prova provata che così non è. E soprattutto hanno la prova provata che i documenti che, per convenzione, prendiamo per buoni, sono in realtà opera di esseri umani, con tutte le loro debolezze e tutte le loro tentazioni. Il mondo reale è complesso, e la storia che oggi emerge ricorda la storia, sicuramente più estremizzata, tessuta dal compianto Michael Crichton nel suo splendido Stato di paura.
Tutto questo, va da sé, non mette in dubbio le conoscenze sul clima, né l’esistenza del “consensus”. Mette in dubbio, però, l’onestà intellettuale di molti generali dell’esercito allarmista. E quindi, sulla validità dei documenti da essi redatti, come i famosi “Summary for Policymakers” dell’Ipcc, che oltre a essere le uniche parti realmente lette da opinion- e policy-makers, non sono opera dei 2500 scienziati che vengono spesso sbandierati, ma di una cinquantina di essi. Quando si vedono le teste d’uovo lamentarsi del fatto che il clima non segue i loro modelli, e dunque interrogarsi su come far scomparire la realtà tra le pieghe dei loro risultati allo scopo, si presume, di non ridurre la pressione sull’opinione pubblica, viene da chiedersi su cosa poggino le costose politiche che l’Unione europea ha adottato, e che altri nel mondo vorrebbero adottare.
Non si tratta di negare il global warming o la sua componente antropogenica. Si tratta di chiedere, agli esperti, onestà e chiarezza, inclusa la necessaria trasparenza rispetto ai punti ancora incerti del dibattito. E poiché l’incertezza non può essere ignorata, essa pure va considerata nelle politiche. Se le certezze ostentate dagli uomini politici, e la sicumera di certi scienziati che fanno politica, cederanno il passo a un atteggiamento più umile e razionale, anche questa (di per sé brutta) vicenda sarà servita a qualcosa. Dal male, a volte, può sorgere il bene. (Chicago-Blog)
Intendiamoci: la diffusione di scambi privati di email è un fattaccio di cui non possiamo essere contenti. Di questo bisogna tener conto. Così come bisogna tener conto del fatto che il linguaggio colloquiale è diverso da quello formale, ha le sue regole, per cui espressioni che in altri contesti suonerebbero come una “pistola fumante”, qui sono più o meno innocenti. Quindi, non cerchiamo e non troviamo smoking guns. Resta però il fatto che diversi scienziati, alcuni tra i più reputati autori dei rapporti Ipcc, discutono tranquillamente di quali “trucchi” utilizzare e di come “nascondere i dati”.
Io non mi scandalizzo. Il mondo è fatto così. Certo, però, tutti quelli che hanno fino a oggi tagliato la realtà in due col coltello, dovrebbero fare un esame di coscienza. Scienziati, giornalisti, politici e semplici cittadini che hanno sempre pensato che la buonafede stesse di là e la malafede fosse di qui, oggi hanno la prova provata che così non è. E soprattutto hanno la prova provata che i documenti che, per convenzione, prendiamo per buoni, sono in realtà opera di esseri umani, con tutte le loro debolezze e tutte le loro tentazioni. Il mondo reale è complesso, e la storia che oggi emerge ricorda la storia, sicuramente più estremizzata, tessuta dal compianto Michael Crichton nel suo splendido Stato di paura.
Tutto questo, va da sé, non mette in dubbio le conoscenze sul clima, né l’esistenza del “consensus”. Mette in dubbio, però, l’onestà intellettuale di molti generali dell’esercito allarmista. E quindi, sulla validità dei documenti da essi redatti, come i famosi “Summary for Policymakers” dell’Ipcc, che oltre a essere le uniche parti realmente lette da opinion- e policy-makers, non sono opera dei 2500 scienziati che vengono spesso sbandierati, ma di una cinquantina di essi. Quando si vedono le teste d’uovo lamentarsi del fatto che il clima non segue i loro modelli, e dunque interrogarsi su come far scomparire la realtà tra le pieghe dei loro risultati allo scopo, si presume, di non ridurre la pressione sull’opinione pubblica, viene da chiedersi su cosa poggino le costose politiche che l’Unione europea ha adottato, e che altri nel mondo vorrebbero adottare.
Non si tratta di negare il global warming o la sua componente antropogenica. Si tratta di chiedere, agli esperti, onestà e chiarezza, inclusa la necessaria trasparenza rispetto ai punti ancora incerti del dibattito. E poiché l’incertezza non può essere ignorata, essa pure va considerata nelle politiche. Se le certezze ostentate dagli uomini politici, e la sicumera di certi scienziati che fanno politica, cederanno il passo a un atteggiamento più umile e razionale, anche questa (di per sé brutta) vicenda sarà servita a qualcosa. Dal male, a volte, può sorgere il bene. (Chicago-Blog)
Sciascia e Camilleri (e Ingroia). Lino Jannuzzi
Andrea Camilleri, l’inventore del commissario Montalbano, non ha trovato di meglio per celebrare il ventennale dalla morte di Leonardo Sciascia che raccontare al cronista del quotidiano delle questure “Il Fatto” che “Leonardo non avrebbe mai dovuto scrivere ‘Il giorno della civetta’”: “Non si può fare di un mafioso un protagonista - afferma Camilleri - perché diventa eroe e viene nobilitato dalla scrittura. Don Mariano Arena, il capomafia del ‘Giorno della civetta’ giganteggia. Quella sua classificazione degli uomini - ‘omini, sott’omini, ominicchi, piglia ’ n culo e quaquaraquà - la condividiamo tutti. Quindi finisce coll’essere indirettamente una sorta di illustrazione positiva del mafioso e ci fa dimenticare che è il mandante di omicidi e fatti di sangue. Questi sono i pericoli che si corrono quando si scrive di mafia. La letteratura migliore per parlare di mafia sono i verbali dei poliziotti e le sentenze dei giudici”. Camilleri non è il primo a fare a Sciascia questa accusa. L’aveva già fatta anni fa Pino Arlacchi, un altro famoso “esperto” di mafia, ma che almeno non andava in giro a raccontare di essere un grande amico di Sciascia.
Il fatto che Sciascia fa dire dal capitano Bellodi a don Mariano mentre lo va ad arrestare: “Anche lei è un uomo”, è la dimostrazione - diceva Arlacchi - che in fondo Sciascia la mafia l’ammira e la stima. In effetti, ne “Il giorno della civetta” è il capomafia don Mariano Arena che, dopo aver diviso l’umanità in quelle cinque categorie, dice al capitano dei carabinieri Bellodi,che è andato ad arrestarlo: “Ma lei è un uomo”... Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo. lei è un uomo...”. E il capitano Bellodi gli dice: “Anche lei”. E glielo dice - scrive Sciascia nel libro - “con una certa emozione”. E aggiunge: “E nel disagio che subito sentì di quel saluto delle armi scambiato con una capo mafia, a giustificazione pensò di avere stretto le mani, nel clamore di una festa della nazione, e come rappresentanti della nazione circonfusi di trombe e bandiere, al ministro Mancuso e all’onorevole Livigni: sui quali don Mariano aveva davvero il vantaggio di essere un uomo... E quale altra nozione poteva avere del mondo don Mariano se intorno a lui la voce del diritto era stata sempre soffocata dalla forza e il vento degli avvenimenti aveva soltanto cangiato il colore delle parole su una realtà immobile e putrida?”.
Il capitano Bellodi del “Giorno della civetta”è un emiliano di Parma sceso dal nord in Sicilia per combattere la mafia e riesce ad arrestare il capo mafia come mandante di un omicidio, ma gli intrighi dei politici e degli stessi magistrati gli fanno saltare l’inchiesta e tutta la sua accurata ricostruzione dei fatti, il capo mafia torna in libertà e il capitano viene ritrasferito al nord. Nella realtà al capitano dei carabinieri Sergio De Caprio, il famoso “Capitano Ultimo” che ha arrestato il capo della mafia Totò Riina, è capitato di peggio: è stato accusato e processato dalla Procura di Palermo, in prima fila da quel pm Antonio Ingroia che spiega in televisione che bisogna anche processare tutto il governo della Repubblica, per concorso esterno in associazione mafiosa. Ed è indagato e processato per favoreggiamento della mafia e peggio da quindici anni il comandate di De Caprio, il generale Mario Mori, e sempre da Ingroia e dalla Procura di Palermo. E lo stesso autore del “Giorno della civetta”fu pubblicamente processato dagli adepti di Leoluca Orlando, grande amico da sempre dei “professionisti dell’Antimafia”. Come meravigliarsi se a vent’anni dalla morte Sciascia viene processato da Camilleri per aver scritto “Il giorno della civetta”? (il Velino)
Il fatto che Sciascia fa dire dal capitano Bellodi a don Mariano mentre lo va ad arrestare: “Anche lei è un uomo”, è la dimostrazione - diceva Arlacchi - che in fondo Sciascia la mafia l’ammira e la stima. In effetti, ne “Il giorno della civetta” è il capomafia don Mariano Arena che, dopo aver diviso l’umanità in quelle cinque categorie, dice al capitano dei carabinieri Bellodi,che è andato ad arrestarlo: “Ma lei è un uomo”... Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo. lei è un uomo...”. E il capitano Bellodi gli dice: “Anche lei”. E glielo dice - scrive Sciascia nel libro - “con una certa emozione”. E aggiunge: “E nel disagio che subito sentì di quel saluto delle armi scambiato con una capo mafia, a giustificazione pensò di avere stretto le mani, nel clamore di una festa della nazione, e come rappresentanti della nazione circonfusi di trombe e bandiere, al ministro Mancuso e all’onorevole Livigni: sui quali don Mariano aveva davvero il vantaggio di essere un uomo... E quale altra nozione poteva avere del mondo don Mariano se intorno a lui la voce del diritto era stata sempre soffocata dalla forza e il vento degli avvenimenti aveva soltanto cangiato il colore delle parole su una realtà immobile e putrida?”.
Il capitano Bellodi del “Giorno della civetta”è un emiliano di Parma sceso dal nord in Sicilia per combattere la mafia e riesce ad arrestare il capo mafia come mandante di un omicidio, ma gli intrighi dei politici e degli stessi magistrati gli fanno saltare l’inchiesta e tutta la sua accurata ricostruzione dei fatti, il capo mafia torna in libertà e il capitano viene ritrasferito al nord. Nella realtà al capitano dei carabinieri Sergio De Caprio, il famoso “Capitano Ultimo” che ha arrestato il capo della mafia Totò Riina, è capitato di peggio: è stato accusato e processato dalla Procura di Palermo, in prima fila da quel pm Antonio Ingroia che spiega in televisione che bisogna anche processare tutto il governo della Repubblica, per concorso esterno in associazione mafiosa. Ed è indagato e processato per favoreggiamento della mafia e peggio da quindici anni il comandate di De Caprio, il generale Mario Mori, e sempre da Ingroia e dalla Procura di Palermo. E lo stesso autore del “Giorno della civetta”fu pubblicamente processato dagli adepti di Leoluca Orlando, grande amico da sempre dei “professionisti dell’Antimafia”. Come meravigliarsi se a vent’anni dalla morte Sciascia viene processato da Camilleri per aver scritto “Il giorno della civetta”? (il Velino)
sabato 21 novembre 2009
Cicchitto e il calabrone. Pasquale Annichino
Mentre l’ornitorinco di Montezemolo distribuisce sonaglini e cotillon, idee niente costano troppo, si accende il dibattito sul “tempo delle fondazioni”.
L’ultima nata è REL (Riformismo e Libertà). Ne è promotore il deputato del PDL Fabrizio Cicchitto. L’articolo di Mattia Feltri su La Stampa riassume bene per gli interessati lo stato dell’arte (vedi anche Il Foglio).L’aspetto interessante, da segnalare per i lettori, è che con la caduta del muro di Berlino e il lento declino dell’egemonia culturale marxista, la destra avrebbe una naturale vocazione allo sviluppo di una contro-egemonia. Certo, le sacche di resistenza ci sono. Berlusconi in una famosissima puntata di Ballarò fece riferimento alle “scuole elementari, alla magistratura e alle università”. Prendiamo il prendibile, ma è impossibile negare che in alcune parti della società la cultura di sinistra è ancora dominante. Per carità nulla di strano, solo il risultato di un graduale processo gramsciano di conquista e seduzione.
Tutto il contrario di quello che avviene ora all’interno del centrodestra italiano. Fondazioni temporanee che nascono legate ad esigenze del breve, brevissimo, periodo senza un progetto. Così ogni capo corrente crea la sua creatura. Produzione d’idee poche, però si fidelizzano le truppe.
Paradossalmente, un “vero” successo politico si può creare solo mediante la competizione al di fuori del ring elettorale e partitico. Per comprenderci, l’attuale nomina di molti giudici conservatori alla Corte Suprema americana non è avvenuta solo per i due mandati di Bush. La doppia elezione di Bush è stata possibile perché istituzioni deputate a produrre una cultura per il movimento conservatore hanno, dagli anni ’80, fatto il loro mestiere investendo nel mercato degli uomini e delle idee. Insomma, per vincere in politica non basta vincere le elezioni.
Tutto il contrario di quello che stiamo vedendo in Italia. Il centrodestra d’altronde non si fida degli intellettuali.
Come il calabrone che per il suo peso, la sua forma e le caratteristiche fisiche dell’aria non potrebbe volare, l’apparato di fondazioni che gravita attorno al PDL sembra destinato ad una sicura implosione futura. Eppure come il calabrone per ora il PDL vola. Chissà fino a quando. (Chicago-Blog)
L’ultima nata è REL (Riformismo e Libertà). Ne è promotore il deputato del PDL Fabrizio Cicchitto. L’articolo di Mattia Feltri su La Stampa riassume bene per gli interessati lo stato dell’arte (vedi anche Il Foglio).L’aspetto interessante, da segnalare per i lettori, è che con la caduta del muro di Berlino e il lento declino dell’egemonia culturale marxista, la destra avrebbe una naturale vocazione allo sviluppo di una contro-egemonia. Certo, le sacche di resistenza ci sono. Berlusconi in una famosissima puntata di Ballarò fece riferimento alle “scuole elementari, alla magistratura e alle università”. Prendiamo il prendibile, ma è impossibile negare che in alcune parti della società la cultura di sinistra è ancora dominante. Per carità nulla di strano, solo il risultato di un graduale processo gramsciano di conquista e seduzione.
Tutto il contrario di quello che avviene ora all’interno del centrodestra italiano. Fondazioni temporanee che nascono legate ad esigenze del breve, brevissimo, periodo senza un progetto. Così ogni capo corrente crea la sua creatura. Produzione d’idee poche, però si fidelizzano le truppe.
Paradossalmente, un “vero” successo politico si può creare solo mediante la competizione al di fuori del ring elettorale e partitico. Per comprenderci, l’attuale nomina di molti giudici conservatori alla Corte Suprema americana non è avvenuta solo per i due mandati di Bush. La doppia elezione di Bush è stata possibile perché istituzioni deputate a produrre una cultura per il movimento conservatore hanno, dagli anni ’80, fatto il loro mestiere investendo nel mercato degli uomini e delle idee. Insomma, per vincere in politica non basta vincere le elezioni.
Tutto il contrario di quello che stiamo vedendo in Italia. Il centrodestra d’altronde non si fida degli intellettuali.
Come il calabrone che per il suo peso, la sua forma e le caratteristiche fisiche dell’aria non potrebbe volare, l’apparato di fondazioni che gravita attorno al PDL sembra destinato ad una sicura implosione futura. Eppure come il calabrone per ora il PDL vola. Chissà fino a quando. (Chicago-Blog)
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