Noi ci scandalizziamo che la politica non riesce a governare l’Italia, ma non ci siamo mai chiesti quanto l’Italia mediatica sia la fedele rappresentazione di quella reale. Perché se si tratta di due Italie diverse, nemmeno quello del Padreterno riusciremo mai a percepire come buongoverno.
Se lo Stato che noi vorremmo ben governato, non è nemmeno parente lontano dello Stato reale fatto di debito pubblico, spread, macerie di terremoti, devastazioni di alluvioni, morti e sfollati, disoccupazione dilagante, 10-15 milioni di poveri, imprenditori alla canna del gas e imprese produttive che eludono o delocalizzano, quale buongoverno potrà mai piacerci: quello della “Fornero al cimitero”?
Quindi, il più grosso problema dell’Italia prima del governo Monti (peraltro già sgradito al 50% degli italiani), non è stato il governo Berlusconi, ma la politica e la stampa ideologizzata e faziosa, sinistra e destra, figlie degeneri di un bipolarismo feroce quanto una guerra civile.
Se c’è in giro tanta spazzatura mediatica da condizionare persino la giustizia, al fallimento socio economico non c’è alternativa. E’ come se gli economisti e gli imprenditori in Italia non fossero mai nati: la crescita del Pil (legale) possiamo solo sognarcela.
Se non arrivano i fatti, da bravi netturbini, a rimuovere la “monnezza” politico-mediatica che ammorba l’aria, e smentire e ridicolizzare l’esercito di pennivendoli che seppellisce di menzogna una intera nazione, come Pompei sotto l’eruzione vulcanica, non c’è scampo per nessuno.
E a dimostrazione di ciò, vi porto un’acuta analisi politica del 2010 che all’epoca circolava su Berlusconi e che ho scoperto per caso.
Un italiano bene informato diceva: “Credete che quello che sta succedendo in Italia sia una normale dialettica politica democratica? Io credo assolutamente che non lo sia. Credo che si possano trovare migliaia di ragioni per criticare il Pd e la sinistra, ma che la priorità del cittadino italiano dovrebbe essere quella di preservare la democrazia (?) o quello che resta della democrazia in questo Paese. Il rischio-dittatura è molto forte, quando il B. si impadronirà direttamente (o indirettamente) della presidenza della Repubblica, controllando così la magistratura, stravolgendo la Costituzione a proprio vantaggio ecc… allora l’ultimo barlume di libertà si spegnerà. Il modello Russia di Putin si avvicina e gli italiani dovrebbero meditare su questo… prima garantiamo la democrazia poi avremo tutto il tempo per criticare a destra e sinistra democraticamente”.
Per fortuna possiamo gridare allo scampato pericolo. Con l’aiuto delle castronerie medianiche di destra e sinistra, l’Italia s’è scrollata di dosso quel potenziale tiranno fascista di Berlusconi (finto amico di Fini e finto mangia comunisti) visto che stava per importare dalla Russia la dittatura comunista del suo amico Putin (dice l’illuminato analista in questione). E tutto l’armamentario di televisioni private e controllo di quelle pubbliche, in aggiunta ad un potere economico sconfinato e un conflitto d’interessi grande quanto un pianeta e lungo 17 anni se l’è fatto fritto.
Gli italiani “intelligenti” hanno “meditato” e costretto l’aspirante tiranno Berlusconi alle dimissioni, prima che come un asso piglia tutto si appropri della presidenza della Repubblica, della Magistratura e si riscriva una Costituzione ad personam. E ora ci godiamo tutti la democrazia compiuta con la possibilità di “criticare destra e sinistra liberamente” perchè sotto il tiranno era tutto proibito tranne che tirargli pietre in faccia.
Tanto per i 2000 miliardi di debito pubblico c’è sempre tempo, e poi quelli non sono mica un problema per tutti, ma per i quattro milioni di fessi di imprenditori chiamati a pagare o morire. Come nelle migliori rapine dove ti fanno scegliere liberamente: o la borsa o la vita.
Questo è il giudizio libero e illuminato che per 17 anni la sinistra ha avuto di Berlusconi e la destra non ha opposto resistenza. E se pure i fatti lo hanno ridicolizzato oltre che smentito, è pertinente domandarsi: il tiranno Berlusconi che ha levato il disturbo da solo senza spargimento di sangue, che marca di tiranno era?
E’ stato davvero così intelligente aver lavorato per liberare l’Italia dalla tirannia risibile del bunga bunga e conservare e migliorare quella del debito pubblico a 2000 miliardi, tanto caro agli speculatori dell’intero pianeta per finanziarci a strozzo?
Nessuno mette in dubbio che sia democratico impedire ad un avversario politico di arrivare nella stanza dei bottoni. Ma se gli elettori ve lo hanno mandato per governare, (come adesso il prof. Monti che ha un consenso bipolare) impedirglielo con i metodi usati contro Berlusconi, è politica o terrorismo mediatico? (the Front Page)
giovedì 31 maggio 2012
mercoledì 30 maggio 2012
Meno Stato più servizi. Davide Giacalone
Si può tagliare la spesa pubblica mirando al risparmio e si può farlo avendo in mente uno Stato che costi meno. Che lasci più ricchezza alla libertà di cittadini e sistema produttivo, abbassando le tasse e invadendo meno la vita collettiva. Tutte e due gli approcci vanno nella direzione giusta, ma il secondo conduce più lontano.
Enrico Bondi è una persona seria, sicché mi rifiuto di credere a quel che leggo, ovvero che le sue proposte dei tagli, ad esempio nel settore sanitario, s’incentrerebbero attorno all’opportunità di rendere omogenei i prezzi e le quantità degli acquisti fatti da diverse amministrazioni. Mi rifiuto perché questa è roba che abbiamo scritto qualche centinaio di volte, fra libri e articoli, aggiungendo soluzioni dettate dal più banale buon senso. Mi rifiuto perché per porre ordine nella spesa attuale, senza cambiare il sistema complessivo, non avrebbe sentito la sola persona davvero utile: Maurizio Bortoletti, colonnello dei Carabinieri e commissario dell’asl di Salerno. Se si vuol risparmiare, al tempo stesso moralizzando, non vedo come si possa far meglio di quanto Bortoletti ha già dimostrato: diminuendo la spesa, recuperando beni già acquistati e mai utilizzati e regolarizzando i pagamenti. Abbiamo raccontato questa storia, sebbene con la sintesi che un quotidiano richiede. Spero l’abbiano letta.
I tagli alla spesa pubblica possono e devono essere l’occasione non solo per risparmiare, ma anche per riformare. Il sistema sanitario regionalizzato è un fallimento. Si può risparmiare a legislazione vigente, ma si può anche prenderne atto e cambiare organizzazione. La sanità gratis per tutti, a prescindere dal fatto che molti sono assicurati e, quindi, pagano due o tre volte la stessa cosa, salvo che l’apparato pubblico paga per tutti, è una scemenza. Costosissima. La distruzione della libera professione medica, con la trasformazione di tutti in impiegati del sistema sanitario non-nazionale, ha inaridito la medicina di base e ingolfato i pronto soccorso di gente che chiede d’essere visitata. Questo capolavoro della riforma Bindi (Rosy) va cancellato. Insomma: anziché mettere i soldi al servizio della conservazione di quel che non funziona si mettano i tagli al servizio del cambiamento, indirizzando un pezzo di spesa pubblica verso la promozione di idee e tecnologie innovative made in Italy.
Discorso analogo vale per la scuola: la didattica digitalizzata diminuisce la spesa cumulata di Stato e famiglie, consentendo miglior controllo comparativo della qualità. Ciò comporta, però, la fine non solo dei libri di testo cartacei (i libri lo saranno sempre, ma non quelli con gli esercizi e le lezioni), ma anche dell’ipocrisia dilapidante che li vuole obbligatoriamente sia stampati che digitali. In quel modo la spesa aumenta, anziché diminuire. Avete mai sentito di un’azienda che digitalizza le procedure aumentandone i costi? E’ vero il contrario, e deve essere vero anche per la pubblica amministrazione. Così come può essere vero per la giustizia: tutti gli atti in digitale, fine delle tonnellate di faldoni che fanno avanti e indietro, fine della geremiade sui soldi che mancano per la carta della fotocopiatrice. Mi dispiace per i “camminatori”, ma neanche tanto, perché ci costa meno mandarli a passeggiare nei parchi.
Immagino Bondi si sia reso conto di quel che qui predichiamo inutilmente: è molto più difficile tagliare la spesa pubblica restando nella logica dell’attuale sistema che mettere i quattrini in investimenti che lo abbattano. Se la spending review non approda a questo sarà solo tempo perso. Così come lo è stata fin qui e nel corso degli anni, quando ancora non s’era diffuso il suo nome in inglese. La digitalizzazione consente quel che ieri era impossibile: meno Stato e più servizi. Ma presuppone cessione di competenze al mercato e snellimento brutale delle procedure.
Si dirà: in questo modo va a finire che i tagli alla spesa diventano la riforma dello Stato. Esattamente. E’ il solo modo per trasformare una tortura in un beneficio. Il commissario al taglio della spesa, l’ottimo Bondi, ci faccia il regalo di non concludere la sua attività dicendoci quello che abbiamo già scritto. Il moralismo della spesa è come il moralismo fiscale, serve solo a renderci, in un sol colpo, più poveri e più ingiusti.
Enrico Bondi è una persona seria, sicché mi rifiuto di credere a quel che leggo, ovvero che le sue proposte dei tagli, ad esempio nel settore sanitario, s’incentrerebbero attorno all’opportunità di rendere omogenei i prezzi e le quantità degli acquisti fatti da diverse amministrazioni. Mi rifiuto perché questa è roba che abbiamo scritto qualche centinaio di volte, fra libri e articoli, aggiungendo soluzioni dettate dal più banale buon senso. Mi rifiuto perché per porre ordine nella spesa attuale, senza cambiare il sistema complessivo, non avrebbe sentito la sola persona davvero utile: Maurizio Bortoletti, colonnello dei Carabinieri e commissario dell’asl di Salerno. Se si vuol risparmiare, al tempo stesso moralizzando, non vedo come si possa far meglio di quanto Bortoletti ha già dimostrato: diminuendo la spesa, recuperando beni già acquistati e mai utilizzati e regolarizzando i pagamenti. Abbiamo raccontato questa storia, sebbene con la sintesi che un quotidiano richiede. Spero l’abbiano letta.
I tagli alla spesa pubblica possono e devono essere l’occasione non solo per risparmiare, ma anche per riformare. Il sistema sanitario regionalizzato è un fallimento. Si può risparmiare a legislazione vigente, ma si può anche prenderne atto e cambiare organizzazione. La sanità gratis per tutti, a prescindere dal fatto che molti sono assicurati e, quindi, pagano due o tre volte la stessa cosa, salvo che l’apparato pubblico paga per tutti, è una scemenza. Costosissima. La distruzione della libera professione medica, con la trasformazione di tutti in impiegati del sistema sanitario non-nazionale, ha inaridito la medicina di base e ingolfato i pronto soccorso di gente che chiede d’essere visitata. Questo capolavoro della riforma Bindi (Rosy) va cancellato. Insomma: anziché mettere i soldi al servizio della conservazione di quel che non funziona si mettano i tagli al servizio del cambiamento, indirizzando un pezzo di spesa pubblica verso la promozione di idee e tecnologie innovative made in Italy.
Discorso analogo vale per la scuola: la didattica digitalizzata diminuisce la spesa cumulata di Stato e famiglie, consentendo miglior controllo comparativo della qualità. Ciò comporta, però, la fine non solo dei libri di testo cartacei (i libri lo saranno sempre, ma non quelli con gli esercizi e le lezioni), ma anche dell’ipocrisia dilapidante che li vuole obbligatoriamente sia stampati che digitali. In quel modo la spesa aumenta, anziché diminuire. Avete mai sentito di un’azienda che digitalizza le procedure aumentandone i costi? E’ vero il contrario, e deve essere vero anche per la pubblica amministrazione. Così come può essere vero per la giustizia: tutti gli atti in digitale, fine delle tonnellate di faldoni che fanno avanti e indietro, fine della geremiade sui soldi che mancano per la carta della fotocopiatrice. Mi dispiace per i “camminatori”, ma neanche tanto, perché ci costa meno mandarli a passeggiare nei parchi.
Immagino Bondi si sia reso conto di quel che qui predichiamo inutilmente: è molto più difficile tagliare la spesa pubblica restando nella logica dell’attuale sistema che mettere i quattrini in investimenti che lo abbattano. Se la spending review non approda a questo sarà solo tempo perso. Così come lo è stata fin qui e nel corso degli anni, quando ancora non s’era diffuso il suo nome in inglese. La digitalizzazione consente quel che ieri era impossibile: meno Stato e più servizi. Ma presuppone cessione di competenze al mercato e snellimento brutale delle procedure.
Si dirà: in questo modo va a finire che i tagli alla spesa diventano la riforma dello Stato. Esattamente. E’ il solo modo per trasformare una tortura in un beneficio. Il commissario al taglio della spesa, l’ottimo Bondi, ci faccia il regalo di non concludere la sua attività dicendoci quello che abbiamo già scritto. Il moralismo della spesa è come il moralismo fiscale, serve solo a renderci, in un sol colpo, più poveri e più ingiusti.
domenica 27 maggio 2012
Manuale di conversazione. La Cina. Andrea Ballarini
- Dichiararsene affascinati perché "la sua cultura è così diversa dalla nostra".
- (Variante della precedente) Ha una cultura molto più antica della nostra, eppure noi conosciamo solo gli involtini primavera e Bruce Lee. Dolersene.
- Notare che i ristoranti cinesi sono stati soppiantati da quelli giapponesi. Replicare che per la maggior parte non si tratta di veri giapponesi, bensì di cinesi riconvertiti. Deprecarlo.
- Diffidare dei ristoranti cinesi. Temere la scarsa igiene e che servano cani spacciandoli per manzo. I ristoranti cinesi di Londra, sì che sono fighissimi.
- La mafia cinese è la più crudele e spietata di tutte. Dirlo anche di quella albanese, rumena, russa, polacca, thailandese, indiana, coreana e nigeriana.
- Rimpiangere i negozi milanesi sostituiti dalle botteghe cinesi.
- Le aziende italiane non possono competere con quelle cinesi, che non conoscono i sindacati e hanno un costo del lavoro quattro volte più basso del nostro. Per uscire dall'impasse, puntare sull'altissima qualità, da sempre caratteristica della nostra manifattura. Convenirne.
- Ricordarsi di dire che la Cina ha creato un nuovo modello capitalistico-comunista. Contestualmente citare Cindia e BRIC per suggerire dimestichezza con i temi dell'economia.
- Aveva ragione Tremonti: bisognava imporre degli sbarramenti commerciali alle merci cinesi. I liberisti obiettino che è velleitario tentare di bloccare un movimento storico con una legge.
- Sdegnarsi che la Cina calpesti i diritti del Tibet. Se qualcuno lo fa, relativizzare lo sdegno denunciando i soprusi compiuti dai lama nei confronti della popolazione tibetana: posizione dell'intellettuale alieno a tutti i conformismi.
- Proclamarsi laici cartesiani, tuttavia consultare l'I Ching per questioni che non si riesce a dirimere razionalmente. In ogni caso condannare qualunque deriva freakettona.
- Essere stati in Cina prima dei disordini di Tien An Men: socialmente molto apprezzato. Eventualmente dire di volerci tornare per misurare la distanza siderale tra il paese di allora e quello di oggi.
- Trovare formidabilmente soporiferi i film cinesi di guerre tra antichi regnanti con combattimenti e guerrieri volanti.
- Ricordare che da ragazzini adoravate i film di Kung fu. Rivederli e rompersi i coglioni a morte.
- Nutrire forti dubbi sulla tossicità delle scarpe cinesi, quindi estendere il ragionamento a tutte le merci di provenienza cinese.
- Il pianeta non ce la fa a sopportare che un miliardo e trecento milioni di cinesi diventino classe media. Concionare su ecosostenibilità e sviluppo incontrollato.
- Continuare a dire Mao Tze Tung, perché Zedong suona malissimo.
- I guerrieri di terracotta: straordinari.
- Scagliarsi contro "L'ultimo imperatore" di Bertolucci, divulgatore di una Cina da cartolina hollywoodiana. Non è necessario averlo visto per biasimarlo.
- Wallis Simpson aveva ridotto Edoardo VIII a uno schiavo sessuale grazie alle tecniche erotiche apprese nelle case dei piaceri mandarini. Raccontarne alcune, anche improvvisando al momento.
- Qualcuno era maoista. (il Foglio)
- (Variante della precedente) Ha una cultura molto più antica della nostra, eppure noi conosciamo solo gli involtini primavera e Bruce Lee. Dolersene.
- Notare che i ristoranti cinesi sono stati soppiantati da quelli giapponesi. Replicare che per la maggior parte non si tratta di veri giapponesi, bensì di cinesi riconvertiti. Deprecarlo.
- Diffidare dei ristoranti cinesi. Temere la scarsa igiene e che servano cani spacciandoli per manzo. I ristoranti cinesi di Londra, sì che sono fighissimi.
- La mafia cinese è la più crudele e spietata di tutte. Dirlo anche di quella albanese, rumena, russa, polacca, thailandese, indiana, coreana e nigeriana.
- Rimpiangere i negozi milanesi sostituiti dalle botteghe cinesi.
- Le aziende italiane non possono competere con quelle cinesi, che non conoscono i sindacati e hanno un costo del lavoro quattro volte più basso del nostro. Per uscire dall'impasse, puntare sull'altissima qualità, da sempre caratteristica della nostra manifattura. Convenirne.
- Ricordarsi di dire che la Cina ha creato un nuovo modello capitalistico-comunista. Contestualmente citare Cindia e BRIC per suggerire dimestichezza con i temi dell'economia.
- Aveva ragione Tremonti: bisognava imporre degli sbarramenti commerciali alle merci cinesi. I liberisti obiettino che è velleitario tentare di bloccare un movimento storico con una legge.
- Sdegnarsi che la Cina calpesti i diritti del Tibet. Se qualcuno lo fa, relativizzare lo sdegno denunciando i soprusi compiuti dai lama nei confronti della popolazione tibetana: posizione dell'intellettuale alieno a tutti i conformismi.
- Proclamarsi laici cartesiani, tuttavia consultare l'I Ching per questioni che non si riesce a dirimere razionalmente. In ogni caso condannare qualunque deriva freakettona.
- Essere stati in Cina prima dei disordini di Tien An Men: socialmente molto apprezzato. Eventualmente dire di volerci tornare per misurare la distanza siderale tra il paese di allora e quello di oggi.
- Trovare formidabilmente soporiferi i film cinesi di guerre tra antichi regnanti con combattimenti e guerrieri volanti.
- Ricordare che da ragazzini adoravate i film di Kung fu. Rivederli e rompersi i coglioni a morte.
- Nutrire forti dubbi sulla tossicità delle scarpe cinesi, quindi estendere il ragionamento a tutte le merci di provenienza cinese.
- Il pianeta non ce la fa a sopportare che un miliardo e trecento milioni di cinesi diventino classe media. Concionare su ecosostenibilità e sviluppo incontrollato.
- Continuare a dire Mao Tze Tung, perché Zedong suona malissimo.
- I guerrieri di terracotta: straordinari.
- Scagliarsi contro "L'ultimo imperatore" di Bertolucci, divulgatore di una Cina da cartolina hollywoodiana. Non è necessario averlo visto per biasimarlo.
- Wallis Simpson aveva ridotto Edoardo VIII a uno schiavo sessuale grazie alle tecniche erotiche apprese nelle case dei piaceri mandarini. Raccontarne alcune, anche improvvisando al momento.
- Qualcuno era maoista. (il Foglio)
Così. Jena
Il dibattito in corso nella sinistra italiana è così appassionante che per poco non mi svegliavo. (la Stampa.it)
venerdì 25 maggio 2012
Idee, non facce o alleanze. Davide Giacalone
Non hanno capito, non ce la fanno. I gruppi dirigenti delle due forze politiche più grosse, dei pretesi protagonisti di un bipolarismo sommando i cui poli non si raggiunge la metà dell’elettorato, sono lì che s’interrogano su due questioni: a. le alleanze; b. il capo, la faccia da proporre agli italiani. Sono ancora affetti da berlusconismo, nel mentre il detentore del copyright già pensa a forme commerciali politicamente più aggiornate, come il franchising movimentista che a Parma ha umiliato gli uni e gli altri (nella stessa città, però, già s’è aperta la diatriba fra franchisor, l’affiliante, e franchisee, l’affiliato, circa la titolarità della vittoria). Non si rendono conto, quei gruppi dirigenti, che tali rovelli appassionano solo loro.
Coalizzarsi per vincere, senza far grande attenzione a chi si arruola, è la formula con cui, nel 1994, Silvio Berlusconi ribaltò l’annunciata vittoria della sinistra. Il suo merito innegabile. Da allora è divenuta dottrina, capace di gramsciano egemonismo. Ne è ancora esponente Pier Luigi Bersani, che senza il mitico ufficio elettorale del Pci s’è ridotto a utilizzare gli istogrammi prelevati dall’editoria borghese, commettendo l’aggiuntivo errore di crederci, o immolandosi nel far finta di crederci. Ciò lo porta a dire che la sinistra ha la vittoria in tasca, mancando d’osservare che quella vittoria passa per la sconfitta del suo partito. Vuol presentarsi alle elezioni con la devastante foto di Vasto? Faccia pure, confermi che il berlusconismo è entrato nelle ossa della sinistra, ma non dominerà né chi gli porta via i sindaci né chi trionfa sull’annientamento della sinistra.
Vale la stessa cosa per chi cerca un capo vincente, un leader attraente, una faccia spendibile. Se cerchi le facce trovi le ghigne. Se pensi sia un problema di faccia te ne ritrovi molteplici che dietro lo sguardo accattivante e il sorriso ammaliante non hanno altro che ambizione inquietante e vuoto dilagante. La sconfitta elettorale del centro destra, la brutale piallatura, deriva dall’incapacità politica, dal tradimento di quanto annunciato, dal naufragio nel grottesco, dall’avere esposto una classe dirigente che era una classe differenziale. Certo che devono dimettersi, ma devono anche capire. E sembra che la seconda cosa risulti loro più ostica della prima.
Se non vogliono tutti essere travolti da un grilliano “vaffa” dovranno far la fatica di cancellare lustri di tempo perso, tornando a piegare la testa sulle cose che contano. Destra e sinistra si chiedano: perché si coprì di ludibrio chi considerava l’Italia ben posizionata, dopo la crisi del 2009, dato che il bilancio pubblico era in avanzo primario (ovvero al netto degli interessi sul debito pubblico, che dipendono dalla congiuntura) e ci si complimenta oggi con chi annuncia, per il 2013, un avanzo strutturale (vale a dire depurato dagli interventi congiunturali) e la primazia italica? Sono vere entrambe le cose, ma riflettono un’idea tutta bilancistica e parametrale sia dell’economia che dell’Europa. In realtà l’Italia perde competitività da più di quindici anni e continuiamo a sguazzare nella recessione, questi sono i problemi. Chi, da destra, pensa che il riscatto passi per la cacciata di Monti, artefice di manovre a sfondo fiscale, ricordi che gli strumenti che il governo usa sono stati approntati dagli stessi che oggi se ne vergognano. Chi, da sinistra, inneggia al ritrovato rigore, ma chiede sviluppo e occupazione, sappia di star vaneggiando, perché le rigidità del mondo del lavoro vanno in direzione opposta. In queste condizioni possono allearsi a piacimento e farsi capeggiare da chi vince concorsi di bellezza, saranno comunque tritati. Le soluzioni sono: dismissione di patrimonio pubblico, abbattimento del debito, liberazione del mercato e diminuzione delle tasse. L’opposto di quel che praticano, separatamente assieme.
Occorre cambiare il sistema elettorale, adottando un maggioritario che non contenga l’obbrobrio del premio di maggioranza, e occorre cambiare la Costituzione, rendendo effettivo il potere del governo, frutto di libere elezioni, chiudendo l’interminabile stagione della Repubblica impotente. Se hanno la forza di proporlo gli alleati verranno, e chi non ci sta vada pure al suo destino. Se hanno paura, se temono più le spaccature delle sepolture, si passi per l’elezione di una Costituente, subito, designando, la prossima primavera, un capo dello Stato che abbia la dignità di dimettersi non appena quella (entro un anno) avrà terminato i lavori e la nuova Costituzione sarà entrata in vigore. Troppo? Facile, quasi certo, ma anche un solo dito in meno e le facce, vecchie e nuove, come le alleanze, passate e future, le troverete assieme. Nella palta.
Coalizzarsi per vincere, senza far grande attenzione a chi si arruola, è la formula con cui, nel 1994, Silvio Berlusconi ribaltò l’annunciata vittoria della sinistra. Il suo merito innegabile. Da allora è divenuta dottrina, capace di gramsciano egemonismo. Ne è ancora esponente Pier Luigi Bersani, che senza il mitico ufficio elettorale del Pci s’è ridotto a utilizzare gli istogrammi prelevati dall’editoria borghese, commettendo l’aggiuntivo errore di crederci, o immolandosi nel far finta di crederci. Ciò lo porta a dire che la sinistra ha la vittoria in tasca, mancando d’osservare che quella vittoria passa per la sconfitta del suo partito. Vuol presentarsi alle elezioni con la devastante foto di Vasto? Faccia pure, confermi che il berlusconismo è entrato nelle ossa della sinistra, ma non dominerà né chi gli porta via i sindaci né chi trionfa sull’annientamento della sinistra.
Vale la stessa cosa per chi cerca un capo vincente, un leader attraente, una faccia spendibile. Se cerchi le facce trovi le ghigne. Se pensi sia un problema di faccia te ne ritrovi molteplici che dietro lo sguardo accattivante e il sorriso ammaliante non hanno altro che ambizione inquietante e vuoto dilagante. La sconfitta elettorale del centro destra, la brutale piallatura, deriva dall’incapacità politica, dal tradimento di quanto annunciato, dal naufragio nel grottesco, dall’avere esposto una classe dirigente che era una classe differenziale. Certo che devono dimettersi, ma devono anche capire. E sembra che la seconda cosa risulti loro più ostica della prima.
Se non vogliono tutti essere travolti da un grilliano “vaffa” dovranno far la fatica di cancellare lustri di tempo perso, tornando a piegare la testa sulle cose che contano. Destra e sinistra si chiedano: perché si coprì di ludibrio chi considerava l’Italia ben posizionata, dopo la crisi del 2009, dato che il bilancio pubblico era in avanzo primario (ovvero al netto degli interessi sul debito pubblico, che dipendono dalla congiuntura) e ci si complimenta oggi con chi annuncia, per il 2013, un avanzo strutturale (vale a dire depurato dagli interventi congiunturali) e la primazia italica? Sono vere entrambe le cose, ma riflettono un’idea tutta bilancistica e parametrale sia dell’economia che dell’Europa. In realtà l’Italia perde competitività da più di quindici anni e continuiamo a sguazzare nella recessione, questi sono i problemi. Chi, da destra, pensa che il riscatto passi per la cacciata di Monti, artefice di manovre a sfondo fiscale, ricordi che gli strumenti che il governo usa sono stati approntati dagli stessi che oggi se ne vergognano. Chi, da sinistra, inneggia al ritrovato rigore, ma chiede sviluppo e occupazione, sappia di star vaneggiando, perché le rigidità del mondo del lavoro vanno in direzione opposta. In queste condizioni possono allearsi a piacimento e farsi capeggiare da chi vince concorsi di bellezza, saranno comunque tritati. Le soluzioni sono: dismissione di patrimonio pubblico, abbattimento del debito, liberazione del mercato e diminuzione delle tasse. L’opposto di quel che praticano, separatamente assieme.
Occorre cambiare il sistema elettorale, adottando un maggioritario che non contenga l’obbrobrio del premio di maggioranza, e occorre cambiare la Costituzione, rendendo effettivo il potere del governo, frutto di libere elezioni, chiudendo l’interminabile stagione della Repubblica impotente. Se hanno la forza di proporlo gli alleati verranno, e chi non ci sta vada pure al suo destino. Se hanno paura, se temono più le spaccature delle sepolture, si passi per l’elezione di una Costituente, subito, designando, la prossima primavera, un capo dello Stato che abbia la dignità di dimettersi non appena quella (entro un anno) avrà terminato i lavori e la nuova Costituzione sarà entrata in vigore. Troppo? Facile, quasi certo, ma anche un solo dito in meno e le facce, vecchie e nuove, come le alleanze, passate e future, le troverete assieme. Nella palta.
mercoledì 23 maggio 2012
Metafora palermitana. Davide Giacalone
Tutti guardano Parma, ma è a Palermo che la crisi istituzionale e politica segna l’approssimarsi dell’epilogo. Qui il fallimento irrimediabile della seconda Repubblica batte le sue ultime ore. Una città pessimamente amministrata dal centro destra (incapace anche solo di trovare una faccia da candidare), nella quale il centro sinistra non riesce a rappresentare neanche la speranza di un’alternativa. Una città che torna nelle mani di chi cavalcò la peggiore antipolitica, opponendosi alla seria e vera antimafia di quanti si pretende pure di commemorare, nel ventennale della loro uccisione. Una città che, nell’orrore delle coscienze e nel disfacimento della cultura, ricorda la visione profetica di un grande siciliano, Leonardo Sciascia, che parlò della Sicilia come metafora dell’Italia che non crede di potere cambiare. Che non crede alle idee. Palermo come metafora.
A Parma i cittadini sono andati a votare, scegliendo l’opposizione a ogni vicinanza verso i partiti. E’ stato eletto un sindaco, che ora sarà messo alla prova. A Parma le cose sono andate bene, perché la nuova giunta potrà tessere, se ne sarà capace, il filo della politica. A Palermo è escluso. Palermo è condannata. Dopo Palermo, se il centro destra pensa di affrontare il monumentale pernacchio elettorale cambiando nome somiglierà più a un delinquente che scappa e cerca di cambiarsi i connotati che non a un partito in cerca di nuova identità. Dopo Palermo se il centro sinistra si ripresenterà alleato degli stessi che hanno consumato con gusto la loro vendetta, descrivendone gli esponenti come il peggio in circolazione, confermerà quella diagnosi, darà ragione ai propri peggiori nemici (i peggiori, lo scriviamo da anni), dimostrerà la propria pochezza intellettuale e morale. Dopo Palermo non hanno senso né le trovate propagandistiche, né il cinismo delle alleanze spurie. Ancora un passo in quella direzione e saranno risucchiati dall’ignominia.
Il centro destra, in mano a un gruppo dirigente che ha visto arrivare la sconfitta, ma non ha saputo darle un significato politico, rassegnandosi alla disfatta, e il centro sinistra, in mano al medesimo gruppo dirigente che fu comunista, nel secolo scorso e un secolo fa, sono morti a Palermo. Il resto, dalla spocchia anti istituzionale del sindaco di Genova allo sberleffo parmigiano, sono solo dettagli. Morti, ma ancora al loro posto, quei gruppi dirigenti possono scegliere: restare inerti innanzi ad un destino ampiamente meritato, o provare a dare un futuro non immondo alla scena politica. Nel secondo caso abbandonino subito le parole false della contrapposizione comica, non credano di campare ancora con la rendita di posizione data dalla paura che l’altro possa vincere, perché nessuno crede più a nessuno dei due gruppi. Dopo Palermo la paura non ha più senso, dato che ci si vive dentro.
Allora: il governo commissariale ha perso la spinta propulsiva, ma è privo di alternative, in questa legislatura, che, del resto, se si chiudesse subito non darebbe luogo ad altro che alla certificazione nazionale di quel che s’è visto in sede locale. Molti elettori tornerebbero alle urne, certo, per paura e contrapposizione, ma non avrebbero nulla di buono da votare. Ci trascineremo avanti nel tempo. Tutto sta a vedere se nel vuoto o con qualche prospettiva. Quindi: quel che resta dei due gruppi dirigenti cessi la patetica pantomima e provi a rimettere terreno sotto i piedi della politica, impostando la riforma del sistema elettorale e istituzionale. Un lavoro che andrà avanti oltre i confini dell’immediato, che va fatto per dare stabilità e forza al governo e restituire rappresentanza alla stragrande maggioranza dell’elettorato, che è ragionevole e moderata sia nel collocarsi a sinistra che a destra. Le ricette si conoscono. Se in cucina non sono pronti e capaci è segno che quei cuochi, sciatti e tremebondi, buoni solo a esser tronfi, sono maturi per essere cacciati. Osservino Palermo, e ne comprendano la metafora.
A Parma i cittadini sono andati a votare, scegliendo l’opposizione a ogni vicinanza verso i partiti. E’ stato eletto un sindaco, che ora sarà messo alla prova. A Parma le cose sono andate bene, perché la nuova giunta potrà tessere, se ne sarà capace, il filo della politica. A Palermo è escluso. Palermo è condannata. Dopo Palermo, se il centro destra pensa di affrontare il monumentale pernacchio elettorale cambiando nome somiglierà più a un delinquente che scappa e cerca di cambiarsi i connotati che non a un partito in cerca di nuova identità. Dopo Palermo se il centro sinistra si ripresenterà alleato degli stessi che hanno consumato con gusto la loro vendetta, descrivendone gli esponenti come il peggio in circolazione, confermerà quella diagnosi, darà ragione ai propri peggiori nemici (i peggiori, lo scriviamo da anni), dimostrerà la propria pochezza intellettuale e morale. Dopo Palermo non hanno senso né le trovate propagandistiche, né il cinismo delle alleanze spurie. Ancora un passo in quella direzione e saranno risucchiati dall’ignominia.
Il centro destra, in mano a un gruppo dirigente che ha visto arrivare la sconfitta, ma non ha saputo darle un significato politico, rassegnandosi alla disfatta, e il centro sinistra, in mano al medesimo gruppo dirigente che fu comunista, nel secolo scorso e un secolo fa, sono morti a Palermo. Il resto, dalla spocchia anti istituzionale del sindaco di Genova allo sberleffo parmigiano, sono solo dettagli. Morti, ma ancora al loro posto, quei gruppi dirigenti possono scegliere: restare inerti innanzi ad un destino ampiamente meritato, o provare a dare un futuro non immondo alla scena politica. Nel secondo caso abbandonino subito le parole false della contrapposizione comica, non credano di campare ancora con la rendita di posizione data dalla paura che l’altro possa vincere, perché nessuno crede più a nessuno dei due gruppi. Dopo Palermo la paura non ha più senso, dato che ci si vive dentro.
Allora: il governo commissariale ha perso la spinta propulsiva, ma è privo di alternative, in questa legislatura, che, del resto, se si chiudesse subito non darebbe luogo ad altro che alla certificazione nazionale di quel che s’è visto in sede locale. Molti elettori tornerebbero alle urne, certo, per paura e contrapposizione, ma non avrebbero nulla di buono da votare. Ci trascineremo avanti nel tempo. Tutto sta a vedere se nel vuoto o con qualche prospettiva. Quindi: quel che resta dei due gruppi dirigenti cessi la patetica pantomima e provi a rimettere terreno sotto i piedi della politica, impostando la riforma del sistema elettorale e istituzionale. Un lavoro che andrà avanti oltre i confini dell’immediato, che va fatto per dare stabilità e forza al governo e restituire rappresentanza alla stragrande maggioranza dell’elettorato, che è ragionevole e moderata sia nel collocarsi a sinistra che a destra. Le ricette si conoscono. Se in cucina non sono pronti e capaci è segno che quei cuochi, sciatti e tremebondi, buoni solo a esser tronfi, sono maturi per essere cacciati. Osservino Palermo, e ne comprendano la metafora.
martedì 22 maggio 2012
Bersani senza se e senza ma. Pietro Mancini
Bersani: "Senza se e senza ma, abbiamo vinto le elezioni amministrative".
Ennio Flaiano avrebbe commentato: "La situazione è grave, ma non è seria".
Pigi Bersani non è di Agrigento, come il suo collega del PDL, Alfano, ma di Piacenza, non molto distante da Parma, dove si è abbattuto il "ciclone Grillo". E Parma è una importante città di una regione, l'Emilia, con forti e antiche tradizione prima comuniste, poi diessine, infine piddine.
Bene, anzi male. Gli elettori parmigiani, dopo anni di malgoverno di una giunta a guida PDL, non hanno scelto il "rosso antico", cioè il grigio amministratore locale, proposto da Bersani. Ma lo hanno trombato, promuovendo, con una larga messe di consensi, un giovane carneade, esponente del "Movimento 5 stelle" di Grillo, sconosciuto nel teatrino politico e anche a molti suoi concittadini. Insomma, all'usato sicuro, gli elettori hanno preferito la svolta radicale, accettando i rischi connessi alla loro scelta, soprattutto l'inesperienza amministrativa del nuovo Sindaco.
Più o meno, stesso risultato, tutt'altro che trionfale, per il PD, a Genova: il nuovo primo cittadino è un nobil signore, Doria, appartiene al centro-sinistra, ma è stato designato dal partito di Nichi Vendola, che, come Matteo Renzi, aspira a contendere a Bersani la candidatura alla leadership dello schieramento progressista. Rispetto a Parma, il risultato per i democrat è ancora più negativo, in quanto i genovesi hanno sonoramente bocciato l'amministrazione uscente, che era guidata da una Sindaca del PD, donna Marta Vincenzi.
E a Palermo, dopo Napoli (che è guidata da Gigino de Magistris, IDV) la seconda città del nostro tormentato Sud, i tutt'altro che numerosi palermitani che si sono recati ai seggi hanno plebiscitato Orlando-Cascio, oggi anche lui esponente del partito di Di Pietro e non proprio un virgulto della politica. Leoluca ha travolto il giovane Ferrandelli, designato dai capataz, nazionali e locali, del centro-sinistra.
Certo, i numeri danno ragione a Bersani, quando sostiene che "su 177 comuni abbiamo vinto in 92, contro i 45 della precedente tornata". Ma un'analisi approfondita non può non soffermarsi, oltre che sul sempre più diffuso astensionismo, sul significato politico, tutt'altro che difficile da mettere a fuoco, del voto in grossi centri, come Parma, Genova e Palermo, più importanti – o no ? – di Tolentino e Ceccano.
Se non alla rottamazione del vecchio gruppo dirigente, sollecitata da Matteo Renzi, anche queste elezioni parziali portano una impetuosa ventata di rinnovamento, spazzano posizioni di rendita consolidate da 50 anni, come l'egemonia dei post-comunisti in Emilia. Qualora i partiti, non solo quello di Bersani, continuassero a ignorare che sta franando tutto, siamo certi che dovremmo continuare a considerare Beppe Grillo l'unico "comico" del teatrino politico ? (il Legno storto)
Ennio Flaiano avrebbe commentato: "La situazione è grave, ma non è seria".
Pigi Bersani non è di Agrigento, come il suo collega del PDL, Alfano, ma di Piacenza, non molto distante da Parma, dove si è abbattuto il "ciclone Grillo". E Parma è una importante città di una regione, l'Emilia, con forti e antiche tradizione prima comuniste, poi diessine, infine piddine.
Bene, anzi male. Gli elettori parmigiani, dopo anni di malgoverno di una giunta a guida PDL, non hanno scelto il "rosso antico", cioè il grigio amministratore locale, proposto da Bersani. Ma lo hanno trombato, promuovendo, con una larga messe di consensi, un giovane carneade, esponente del "Movimento 5 stelle" di Grillo, sconosciuto nel teatrino politico e anche a molti suoi concittadini. Insomma, all'usato sicuro, gli elettori hanno preferito la svolta radicale, accettando i rischi connessi alla loro scelta, soprattutto l'inesperienza amministrativa del nuovo Sindaco.
Più o meno, stesso risultato, tutt'altro che trionfale, per il PD, a Genova: il nuovo primo cittadino è un nobil signore, Doria, appartiene al centro-sinistra, ma è stato designato dal partito di Nichi Vendola, che, come Matteo Renzi, aspira a contendere a Bersani la candidatura alla leadership dello schieramento progressista. Rispetto a Parma, il risultato per i democrat è ancora più negativo, in quanto i genovesi hanno sonoramente bocciato l'amministrazione uscente, che era guidata da una Sindaca del PD, donna Marta Vincenzi.
E a Palermo, dopo Napoli (che è guidata da Gigino de Magistris, IDV) la seconda città del nostro tormentato Sud, i tutt'altro che numerosi palermitani che si sono recati ai seggi hanno plebiscitato Orlando-Cascio, oggi anche lui esponente del partito di Di Pietro e non proprio un virgulto della politica. Leoluca ha travolto il giovane Ferrandelli, designato dai capataz, nazionali e locali, del centro-sinistra.
Certo, i numeri danno ragione a Bersani, quando sostiene che "su 177 comuni abbiamo vinto in 92, contro i 45 della precedente tornata". Ma un'analisi approfondita non può non soffermarsi, oltre che sul sempre più diffuso astensionismo, sul significato politico, tutt'altro che difficile da mettere a fuoco, del voto in grossi centri, come Parma, Genova e Palermo, più importanti – o no ? – di Tolentino e Ceccano.
Se non alla rottamazione del vecchio gruppo dirigente, sollecitata da Matteo Renzi, anche queste elezioni parziali portano una impetuosa ventata di rinnovamento, spazzano posizioni di rendita consolidate da 50 anni, come l'egemonia dei post-comunisti in Emilia. Qualora i partiti, non solo quello di Bersani, continuassero a ignorare che sta franando tutto, siamo certi che dovremmo continuare a considerare Beppe Grillo l'unico "comico" del teatrino politico ? (il Legno storto)
venerdì 18 maggio 2012
Agrippa e la Grecia. Davide Giacalone
Valutate due date e misurate l’assurdo: il 17 giugno i greci torneranno a votare, poi, entro il 30 giugno, quindi tredici giorni dopo, il nuovo governo dovrà realizzare tagli alla spesa pubblica per un valore pari al 5,5% del prodotto interno loro. Aspetta e spera.
Tornano a votare perché il governo che avevano eletto è stato detronizzato dal (falso) dio spread, perché quando proposero un referendum sulle misure imposte da Bruxelles furono subissati d’insulti (dacché la democrazia è divenuta eresia), e perché il governo tecnico non ha posto rimedio, sì che il voto del 6 maggio scorso ha dato luogo a un guazzabuglio ingovernabile. A ben vedere il prossimo 17 giugno i greci voteranno per il referendum che non si volle far fare a George Papandreou, pro o contro l’euro. Con la differenza che, nel frattempo, si sono massacrati loro e s’è massacrata l’Unione europea. Avevamo visto giusto, quando guardammo con simpatia a quel referendum.
Se scorrete i titoli dei giornali, in giro per l’Europa e per mesi, sembra che la Grecia sia il novello untore. La terminologia è quella epidemica, paventando il contagio. Ma chi ha contagiato chi? La crisi dei debiti arriva dagli Stati Uniti, dove sono più diffusi prodotti finanziari che favoriscono la speculazione, senza più alcun rapporto con il mercato reale. Lì l’hanno curata sommergendola di denaro, e sperando che non riparta al prosciugarsi dell’onda. Quando è arrivata in Europa s’è provato, su indicazione della clinica tedesca, coadiuvata dall’infermeria francese, a curarla con il rigore. Non solo il risultato è disastroso, ma si corre anche il rischio di considerare negativa l’attenzione ai bilanci pubblici e la tensione nel tagliarne le vaste spese inutili e improduttive. Due danni in un colpo solo.
L’errore fu commesso all’inizio, considerando il dramma greco un problema dei greci, da superarsi a loro spese. L’errore consisté nel credere che si potessero salvare le banche, specie tedesche e francesi, senza salvare la Grecia, e con quella l’Europa. Non fu un errore tecnico, perché tecnicamente era solo una micidiale castroneria, fu un errore politico, che reintroduceva l’egoismo nazionalista nella speranza europeista. Fu un errore riconoscibilissimo, tant’è che lo descrivemmo ed esecrammo. Eppure fu commesso.
Ai greci è stato applicato al contrario l’apologo di Menenio Agrippa, quello che puntava a spiegare al popolo perché fosse utile lavorare, raccontando che è vero tutto il cibo finiva nello stomaco, nonostante fosse procurato dalle braccia, ma senza nutrimento allo stomaco anche i muscoli avrebbero ceduto. Per Agrippa era chiaro che il corpo sociale, come quello umano, era un tutt’unico. S’era a cinquecento anni prima di Cristo. Duemilacinquecento anni dopo lo stomaco s’è rivolto al piede infetto, certo anche per sua trascuratezza, e gli ha detto: cavoli tuoi, curati e cammina, che ho fame. Siccome non era svelto lo si è preso a mazzate, gli si sono sequestrati i calzari, gli si è detto che faceva schifo. Poi la caviglia ha detto: cribbio, qui mi contagiano. Il polpaccio ha cominciato a sentir dolore. E il male sale, si diffonde, con il cervellino e la boccaccia che continuano ad inveire contro il piede. Il vecchio Agrippa è passato di moda, ma il suo apologo funziona alla perfezione: se ci si comporta così con la Grecia, con il piede, è segno che non la si considera parte del corpo (salvo averla accettata, sapendo bene quale era la realtà).
In queste condizioni non è la Grecia che uscirà dall’euro, è l’euro che è uscito dall’idea d’Europa, da quella cresciuta fin dal 1951, con la Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Incapaci di vedere questo dato i governi europei si sono gettati nella fornace, tant’è che 10 sui 17 dell’Unione monetaria e 16 sui 27 dell’Ue sono caduti (negli altri si deve ancora votare). E invece di pensare che la causa sta nel deficit istituzionale dell’euro e nel deficit democratico delle istituzioni europee, si tende a credere che la causa sia l’eccesso di democrazia che porta i popoli a votare contro questa follia tecnocratica e monetarista, condotta da falsi tecnici, in nome di una falsa moneta.
Chi è europeista, come me, chi crede che il destino dell’Italia sia migliore, se legato all’Europa, assiste a questa strage di politica e di cultura urlando almeno una cosa: la mano assassina è il nazionalismo, il contrario dell’europeismo. Se le nostre forze politiche non fossero le amebe suonate che sono, da ciò potrebbero partire per ritrovare iniziativa internazionale.
Tornano a votare perché il governo che avevano eletto è stato detronizzato dal (falso) dio spread, perché quando proposero un referendum sulle misure imposte da Bruxelles furono subissati d’insulti (dacché la democrazia è divenuta eresia), e perché il governo tecnico non ha posto rimedio, sì che il voto del 6 maggio scorso ha dato luogo a un guazzabuglio ingovernabile. A ben vedere il prossimo 17 giugno i greci voteranno per il referendum che non si volle far fare a George Papandreou, pro o contro l’euro. Con la differenza che, nel frattempo, si sono massacrati loro e s’è massacrata l’Unione europea. Avevamo visto giusto, quando guardammo con simpatia a quel referendum.
Se scorrete i titoli dei giornali, in giro per l’Europa e per mesi, sembra che la Grecia sia il novello untore. La terminologia è quella epidemica, paventando il contagio. Ma chi ha contagiato chi? La crisi dei debiti arriva dagli Stati Uniti, dove sono più diffusi prodotti finanziari che favoriscono la speculazione, senza più alcun rapporto con il mercato reale. Lì l’hanno curata sommergendola di denaro, e sperando che non riparta al prosciugarsi dell’onda. Quando è arrivata in Europa s’è provato, su indicazione della clinica tedesca, coadiuvata dall’infermeria francese, a curarla con il rigore. Non solo il risultato è disastroso, ma si corre anche il rischio di considerare negativa l’attenzione ai bilanci pubblici e la tensione nel tagliarne le vaste spese inutili e improduttive. Due danni in un colpo solo.
L’errore fu commesso all’inizio, considerando il dramma greco un problema dei greci, da superarsi a loro spese. L’errore consisté nel credere che si potessero salvare le banche, specie tedesche e francesi, senza salvare la Grecia, e con quella l’Europa. Non fu un errore tecnico, perché tecnicamente era solo una micidiale castroneria, fu un errore politico, che reintroduceva l’egoismo nazionalista nella speranza europeista. Fu un errore riconoscibilissimo, tant’è che lo descrivemmo ed esecrammo. Eppure fu commesso.
Ai greci è stato applicato al contrario l’apologo di Menenio Agrippa, quello che puntava a spiegare al popolo perché fosse utile lavorare, raccontando che è vero tutto il cibo finiva nello stomaco, nonostante fosse procurato dalle braccia, ma senza nutrimento allo stomaco anche i muscoli avrebbero ceduto. Per Agrippa era chiaro che il corpo sociale, come quello umano, era un tutt’unico. S’era a cinquecento anni prima di Cristo. Duemilacinquecento anni dopo lo stomaco s’è rivolto al piede infetto, certo anche per sua trascuratezza, e gli ha detto: cavoli tuoi, curati e cammina, che ho fame. Siccome non era svelto lo si è preso a mazzate, gli si sono sequestrati i calzari, gli si è detto che faceva schifo. Poi la caviglia ha detto: cribbio, qui mi contagiano. Il polpaccio ha cominciato a sentir dolore. E il male sale, si diffonde, con il cervellino e la boccaccia che continuano ad inveire contro il piede. Il vecchio Agrippa è passato di moda, ma il suo apologo funziona alla perfezione: se ci si comporta così con la Grecia, con il piede, è segno che non la si considera parte del corpo (salvo averla accettata, sapendo bene quale era la realtà).
In queste condizioni non è la Grecia che uscirà dall’euro, è l’euro che è uscito dall’idea d’Europa, da quella cresciuta fin dal 1951, con la Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Incapaci di vedere questo dato i governi europei si sono gettati nella fornace, tant’è che 10 sui 17 dell’Unione monetaria e 16 sui 27 dell’Ue sono caduti (negli altri si deve ancora votare). E invece di pensare che la causa sta nel deficit istituzionale dell’euro e nel deficit democratico delle istituzioni europee, si tende a credere che la causa sia l’eccesso di democrazia che porta i popoli a votare contro questa follia tecnocratica e monetarista, condotta da falsi tecnici, in nome di una falsa moneta.
Chi è europeista, come me, chi crede che il destino dell’Italia sia migliore, se legato all’Europa, assiste a questa strage di politica e di cultura urlando almeno una cosa: la mano assassina è il nazionalismo, il contrario dell’europeismo. Se le nostre forze politiche non fossero le amebe suonate che sono, da ciò potrebbero partire per ritrovare iniziativa internazionale.
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